Caro Andrea, ho appena letto l’ode, e sono andato anche a vederla su Nazione Indiana. Mi è piaciuta, davvero. Quando me l’hai annunciata, mi era sembrata una cosa un po’ strana e inusuale, anche perché non mi pare di aver letto prima molte tue cose in versi. E invece, quando ho cominciato a leggerla mi è parso subito che che questa forma poetica apparentemente desueta sia adatta all’uso che ne hai fatto; all’argomento, innanzi tutto, e anche, credo, ai tuoi intenti nello scriverla. E tra l’altro questa adeguatezza trova riscontro nel fatto che si legge d’un fiato, dal principio alla fine, senza nessuno sforzo e, superando fin dai primi versi il possibile pregiudizio per questo tipo di componimento e l’idea che se ne ha, un po’ aulica e retorica. Del resto tu retorico non sei mai, e se qualche volta un’ombra di lirismo o vocaboli o immagini letterarie fanno la loro comparsa, immediatamente, quasi per reazione e contrappasso, nei versi seguenti vengono rovesciate da immagini di cruda quotidianità e realismo, alcune molto belle. Traspare, naturalmente, quanto forte e sentito è per te il tema, e questa forza emotiva, così sedimentata dopo tanto tempo, così filtrata e macerata dagli anni, fa da collante e sostiene il componimento poetico. Che ha al suo interno dei nuclei narrativi da romanziere, degli spezzoni di storia interessanti e ben schizzati, in poche decine di versi, dal conflitto che si trasferisce tardivamente anche in campo letterario col padre ormai morente (tra l’altro, questo risvolto del tuo rapporto con tuo padre non lo conoscevo) alle immagini anche molto belle di Montefalco, di un legame familiare radicato in un ambiente ‘antico’, agreste e paesano, e del filo ancestrale delle generazioni anteriori. Hai scritto una bella cosa, sia sul piano personale che letterario, complimenti.

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