In cella la banda degli stupratori di Crema. Parla Carraro, autore de IL BRANCO

– Gli incappucciati, figli nostri?

– Uno scrittore di razza, Andrea Carraro, che non s’accontenta di essere banale. Quanto alla lingua e quanto ai temi dei suoi romanzi. Aveva urtato, scandalizzato i più quieti pensieri, stupito per il coraggio e la pietà IL BRANCO, storia di uno stupro di gruppo realmente avvenuto, nella campagna romana, dodici anni fa. È diventato un film. per la regia di Marco Risi: per molti, la violenza che descriveva era esagerata, incredibile. Insostenibile subire tanta realtà orribile e truce, per un’ora e tre quarti. Diluita, a pezzetti, nella tv-verità, nei film di Stallone, magari… Eppure, era la sconcertante, audace morale del libro: i ragazzi burini e violenti che massacrarono nell’anima e nel corpo le due giovani tedesche, potrebbero essere i nostri fidanzati, figli, fratelli. Potrebbero esserlo i criminali della banda padana, finalmente scovati l’altro ieri.

– ‘Nel pandemonio di oscenità, insulti, dei personaggi del mio BRANCO – spiega lo scrittore – c’erano frasi che stanno in bocca anche a tante persone per bene. A troppi quaranta-cinquantenni, che nascondono per abitudine e torpore la stessa mentalità maschilista e violenta. Ci si indigna dei mostri, che non provino pentimento, rimorso: anche i giovani incriminati della mia storia mascheravano la paura, la convinzione radicata di non essere poi troppo colpevoli dietro la strafottenza. Ma nessuno si indigna guardando le foto di seni e sederi sui giornali, o le vallette che sgambettano ridenti e tranquille in mezzo a uomini, vestiti e ammiccanti’.

– Non è questione di buona educazione, allora.

– ‘Certo, la cultura influisce, ma la violenza di gruppo è connotata dall’atteggiamento conformistico di chi la compie, che è un portato della società di massa. Per questo il gregge si trasforma in branco. E lo stupro non denota neppure più una eccitazione erotica, un comportamento sessuale. Diventa espressione della violenza che si esercita verso il più debole in generale. Potrebbe essere un vecchio o un extracomunitario’.

– Andresti a conoscere gli stupratori di Codogno, per scriverne la storia?

– ‘A me lo spunto cronachistico interessa, ma per fare lo scrittore. E mi bastano i giornali. Ho trattato il tema della violenza carnale ne IL BRANCO e lo rifarei. Moralmente ci tengo moltissimo. Ma ho altre storie da scrivere. Che riguardano sempre e comunque storie di violenza, di disperazione sociale.

– Un romanzo sta per uscire da Giunti, a gennaio. Si chiamerà L’ERBA CATTIVA.

– E’ un padre alcolizzato che trascina nella sua sventura e follia tutta la famiglia. Ed è agganciato al primo romanzo tramite un protagonista minore, per sottolineare la vicinanza di ambiente sociale e per ragioni linguistiche, perché ancora è il dialetto ad entrare in gioco, emotivamente, per esprimere lo stato d’animo dei personaggi, l’atteggiamento più cameratesco e quindi più disumano. E sto lavorando, non so per quando e per chi, alla storia di una cecoslovacca, trasportata in Italia, trascinata sul marciapiede, sposata a forza tramite una agenzia matrimoniale. Una storia di violenza sulle donne’.

– Carraro non cerca i temi più crudi per solleticare la morbosità dei lettori. Ogni frase dei suoi libri partecipa la rabbia, il turbamento di chi sa cosa è il fango, e di quanti schizzi lordi le nostre giacche pulite. Per fortuna, nei suoi libri, la sensibilità, l’attenzione alla vita non diventano soltanto lacrime e cuore, ma desiderio di denuncia, impegno morale.

– ‘Come tutti gli scrittori ‘realisti’, anche se non voglio fare concorrenza alle cronache dei giornali, cerco sempre dei simboli forti, che riescano a esprimere un disagio che diventi in qualche modo universale’.

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