Del realismo di natura squisitamente etica di Andrea Carraro, del suo magistrale dipingere personaggi più veri della realtà stessa, ho già scritto qualche anno fa. E li si incontra, quei personaggi, nel ventre antico di una Roma cinica e cialtrona, di una città-teatro ove alligna la vera solitudine; quella che si avverte proprio in mezzo agli altri; quella cui possono dare consistenza anche gli amici, i compagni di vita, i fratelli, e persino i genitori: quando si passa attraverso le loro ombre irrisolte, quando si attraversano le sabbie mobili che anche la famiglia può nascondere. Una Roma, questa di Carraro, che non difficilmente si fa metafora di una certa Italia: frantumata, slabbrata, lontana dall’amore vero (nelle sue tante declinazioni), nella quale la luce dell’intelligenza e l’aspirazione alla felicità continuamente si mescolano col torbido dell’esistenza, nell’impossibilità di una (e forse più) generazione di trovare un senso, una definizione del proprio stare al mondo. Adesso ho una felice occasione, per tornare sul realismo di Carraro: che ritrovo in questa sua nuova raccolta di racconti, da poco edita per i tipi di Melville Edizioni. E non a caso la dico felice, l’occasione: perché in queste storie c’è il Carraro più vero, quel narratore purissimo – tra i migliori, indubbiamente – che (dice bene Filippo La Porta) si muove lungo ‘una linea ideale Cechov-Hemingway-Carver’. E lo fa con gioia. La gioia dello scrivere nella misura che è più sua: quella breve, o brevissima. Senza giudizi, senza moralismi, con molteplici punti di vista. Ma soprattutto con quel suo inconfondibile stile, capace di mostrare (con quel che dice, e spesso con quel che non dice) anche un’intera vita in poche righe, in un solo frammento narrativo. E quando il lettore chiude il libro, sa già che vuole tornarci, che quelle storie hanno ancora altro da mostrargli. Gli resta intanto un certo sapore, in bocca: un che di amaro, di irritante, di inaspettato. La sensazione che il confine tra intelligenza e follia, bellezza e insensatezza del vivere, può essere – e non di rado – sottile, molto sottile. Leggeteli, questi racconti: non ve ne pentirete!

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