Tutti uguali, verso il basso

– Molti giovani d’oggi sono conformisti nel gusto, portatori di disvalori, derivati poco originali della società di massa. Ha trentacinque anni ma non se ne rende conto. Vive a Roma e abita ancora con la madre (che pensa di odiare), ha un buon lavoro, in banca. Ci tiene al suo aspetto fisico, ogni sabato mattina va correre in un parco; se piove va in palestra. Non ha una donna, una compagna, una fidanzata perché quelle che gli sono capitate sinora non lo hanno soddisfatto. Troppo ordinarie. La madre lo sogna addirittura sposato con una ragazza di Comunione e Liberazione… figuriamoci. Lui però sta male, si rende conto di essere ‘incompiuto’, sogna una realizzazione personale e sa di doverla cercare lontano dal suo noioso e inutile vivere quotidiano. Sa di dover crescere. Ma i suoi amici, quelli sposati non sono più felici di lui; alienati, frustrati, inutilmente noiosi o violenti. Disillusi, non hanno più nulla da chiedere, con gli occhi spenti lo guardano e gli dicono: capisci? Lui capisce e pensa: no, non posso accontentarmi, voglio di più. Così decide di comprarsi attraverso un catalogo una donna, la comprerà in un Paese dell’Est, lei arriverà a Roma, la farà vedere agli amici (e per questo deve essere stupenda, una delle più belle ragazze che si siano mai viste in giro) poi, finalmente, potrà farne ciò che vuole. In fondo i soldi non gli mancano, e la felicità forse si può comprare.

– Inizia così LA RAGIONE DEL PIÙ FORTE (Feltrinelli) l’ultimo romanzo di Andrea Carraro, l’ennesimo ritratto a tinte fosche di un Paese, il nostro, dove il cinismo e l’indifferenza dominano l’agire degli uomini. Sono tutti dei ‘mostri’ i personaggi di Carraro, ma, al contrario del film con Tognazzi e Gassman, qui non fanno ridere, mettono angoscia.

– ‘Mi rendo conto che l’immagine dell’Italia che viene fuori dai libri che scrivo non è una di quelle belle da guardare; dà fastidio, non è tranquillizzante, non fa piacere’, dice Carraro.

– La sua non è una critica a priori, viene dal vissuto, dal troppo visto, dal troppo sentito.

– ‘Purtroppo serpeggiano ovunque sentimenti che non vorremmo mai vedere (e che fatichiamo persino ad ammettere) come il razzismo, il cinismo di massa, una concezione primitiva del femminile che continua a esistere malgrado l’azione del femminismo, una concezione arcaica che definisce ancora la donna come un oggetto di seduzione, un terreno di conquista dove tutto è lecito. Il nostro è un Paese in cui i valori etici sono stati stravolti, dove i sentimenti, anche quelli più semplici e genuini, tendono a sparire’.

– Non è che tutti gli italiani siano così, naturalmente, ma nella scrittura di Carraro alcuni aspetti della realtà vengono radicalizzati, diventano simboli.

– ‘Nel mio ultimo libro, un uomo qualunque, molto simile a me, pensa di riscattare tutte le sue frustrazioni comprando una donna e pensando di disporne a suo piacimento. Non sono in molti quelli che lo fanno ma sono moltissimi quelli che desidererebbero farlo. Ed è già mostruoso’.

– Nel BRANCO, storia di uno stupro collettivo, il suo penultimo romanzo da cui Marco Risi ha tratto l’omonimo film, il conformismo spinge il protagonista a omologarsi agli altri, e questo desiderio di omologazione viene spinto sino alle estreme conseguenze. Diventerà più cattivo degli altri e dovrà farlo per essere come gli altri.

– E l’omologazione, per Carraro, è il tratto distintivo delle nuove generazioni:

– ‘È vero che i giovani ereditano un passato poco glorioso, ma per peggiorare ulteriormente la situazione, ci mettono del loro. Molti ragazzi di oggi sono portatori di disvalori, omologati verso il basso, conformisti nel gusto, derivati poco originali della società di massa. È una generazione che ha sulle spalle molti più rischi che in passato, colpita dalla flessibilità, dalla precarietà, dalla perdita di sicurezze sociali. Eppure è una generazione immobile, molto protetta, ovattata, abituata a vivere nella bambagia, a trascorrere quasi tutta l’esistenza al riparo della famiglia e delle pensioni dei genitori. Sono inutili per sé, non servono alla società, alimentano a dismisura il cinismo, la cattiveria, la frustrazione’.

– Massimalista Carraro, forse esagerato.

– ‘Ritengo fondamentale la questione morale. Non a caso, come scrittore, sono attratto dal bene e dal male piu’ che dal brutto e dal bello. Credo di essere uno dei pochi che lo fa, la considero una forma di rottura, anche estetica. E’ la definizione della mia poetica’.

– Dovendo scegliere tra il male e il bene, Carraro sceglie il male:

– ‘È nel male che si manifestano le ambiguità dell’agire umano, ambiguità che sono il nutrimento della rappresentazione artistica. Poi, più visceralmente, ho l’impressione che la nostra società, parallelamente alla sua massificazione, si stia sempre più imbarbarendo e sento la necessità morale di mettere in evidenza questo cambiamento. Un uomo contro una donna, un gruppo di ragazzi violenta una ragazza, un vecchio viene picchiato. Di chi è la colpa di questa involuzione? La televisione svolge un ruolo determinante. I suoi miti ci spingono verso il basso, i soldi, il sesso, il successo sociale. Si vuole tutto e subito, chi non ce la fa diventa feroce’.

– Carraro quando scrive si mette sempre dalla parte del torto. Si identifica nei suoi personaggi peggiori, nel mostro:

– ‘E’ il mio sacrificio, il dovere della mia letteratura. E non è facile immedesimarsi in personaggi come questi. Devo illudermi che quello che scrivo sia utile. Se perdessi l’illusione, smetterei di scrivere. Non ho nulla contro la letteratura edonistica, ma non e’ nei miei cromosomi’.

– Tutti i suoi libri sono ambientati a Roma, non lascia mai i suoi quartieri, le periferie della capitale:

– ‘Di questa città mi affascinano soprattutto quelli che l’antropologo Marc Augé nei suoi libri definisce non-luoghi’.

– E i non-luoghi, dove tutto è uguale a qualsiasi altro posto del mondo, si possono trovare ovunque. Viaggiare non serve, basta guardare dalla finestra.

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