Sacrificio

Carolina, una ragazza nel tunnel della droga, e Giorgio, suo padre, editor di una piccola casa editrice romana. Un centro di recupero dal quale la figlia è uscita senza una vera guarigione. La vita che ricomincia come prima, attirata a ogni passo nei vicoli della dipendenza, verso un destino cui niente e nessuno sembra potersi opporre. Solo, impotente, smarrito, Giorgio tenta ogni strada per salvare sua figlia, e in ogni strada, dissestata, sconnessa da una crescente follia, la sua solitudine si fa più profonda, il suo smarrimento più vasto, la sua impotenza più fatale. Cerca rifugio nella fede, e una via di salvezza comincia ad affacciarsi, un’idea di fede oscura, un patto col diavolo…

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Recensioni

  1. L. Ramundo – Facebook

    Ho appena terminato la lettura di Sacrificio di Andrea Carraro. Mi piace scriverne a caldo perché l’emozione è fortissima. è il candore, l’amorevolezza assoluta che Giorgio, il protagonista, conserva, malgrado la complessità conflittuale di pensieri e di esperienze, ad avermi commosso profondamente. Ho pianto, ma di dolcezza. è un personaggio disarmante, capace di una tenerezza che in genere si ha pudore ad ammettere anche con se stessi. E non ha mai cadute, neanche a contatto con il massimo degrado. Ha una voce così sincera da coinvolgerti ad ogni passo, in ogni situazione. La lingua è di nettezza e eleganza perfetta ma priva di qualsiasi compiacimento. Tanta sobrietà è un piacere, in un mondo di gigioni. Giorgio vive l’auto-distruttività della figlia con adesione totale al suo disorientamento, facendolo proprio. Le regala, intera, la propria presenza e attenzione, spendendosi con slancio privo di riflessione e di giudizio, cioè generoso e gratuito, una onirica battaglia per la salvezza di lei. La mutevolezza delle visioni, i viaggi, sono raccontati con una nettezza, e una precisione priva di cedimenti. Mi è piaciuta tantissimo la scena della visita agli amici e della crisi di astinenza sofferta in pubblico. Mamma mia. Rende la sensazione di fragilità totale, di resa impotente di fronte al dolore della figlia. Mi lascia cose bellissime dentro. C’è tanto dolore ma mai una stilla di aridità. (Che mi irrita spesso nei libri e nei film che ritraggono realtà difficili e di sofferenza senza saperci entrare) Che bella lettura, mi ha fatto bene.

  2. D. Marcheschi – Corso Italia 7

    Capace di scavare nel dolore e nell’orrore come pochi, Carraro in questo romanzo racconta un dramma di droga, e il peso di una situazione che distrugge vita e bellezza, tutto quanto di dolce e sereno un uomo possa aver costruito. La vita di Giorgio è disgregata, un colpo dietro l’altro, perché la figlia, una ragazza, si droga senza riuscire a smettere. La droga come colpa, come una sorta di ‘forza del destinò moderna, e il Male che lo affonda piano piano, inesorabile, ma in un ‘sacrificio’ necessario.

  3. C. Zanchi – Genius

    Il romanzo di Andrea Carraro, Sacrificio, edito da Castelvecchi editore, è caratterizzato da un forte spessore introspettivo, che gravita attorno alla dolorosa nemesi di Giorgio, direttore editoriale di una casa editrice romana.
    Nel tentativo di trovare un’assoluzione all’incoerenza del vissuto e di ricomporre il disordine che accompagna la sua vita, Giorgio cerca di restituire valore al difficile rapporto affettivo con la figlia Carolina, eroinomane. Sceglie di condividerne la sofferenza e si carica dello stesso fardello fino al sacrificio di sé, come estremo atto salvifico.
    Il fondamento esistenziale si rivela basilare in tutto il romanzo, nonché la lacerazione fra la sfiducia di Giorgio verso sé stesso e la responsabilità che la paternità impone. Col bisogno di interrogare la propria coscienza sugli errori commessi e di ricostruire sulle rovine una sorta di punto di ripartenza, s’innesca un’osmosi fra passato e presente.
    Emergono fatti che hanno lasciato significative tracce e che rivelano la familiarità di Giorgio con la droga fin dall’adolescenza. Carolina, da piccola, scopre in un cassetto un panetto di hashish, in casa si ascoltano le canzoni dell’idolo del padre, Lou Reed, dalla chiara impronta trasgressiva. Non troppo velatamente, il direttore della comunità di riabilitazione, dalla quale Carolina viene espulsa, gli rimprovera una eccessiva liberalità e accondiscendenza, e di non essersi preoccupato di arginare i comportamenti devianti della figlia, già allo sbando nel suo mondo fluttuante e incerto. Giorgio pare rimasto ancorato all’idea di una relazione filiale amicale e paritetica che il forte legame con la figlia amplifica, e che la mancanza di sponde paradossalmente contribuisce a rendere più distorta e fragile. A tal punto che Giorgio assume su di sé il peso di entrambe le esistenze.
    Nella filigrana della trama s’innestano le ossessioni di Giorgio, rifrazioni angosciose del vissuto che affiorano dal flusso testuale nel dialogo allucinato con Caliban, personificazione del Male. Nel grande mistero delle interferenze fra vita reale e immaginata, s’inseriscono anche le numerose visite di Giorgio a un’edicola della Madonna; le suppliche che le rivolge rappresentano l’estremo tentativo di colmare un vuoto che la separazione dalla moglie ancora amata e una tormentata solitudine rendono più doloroso.
    La prosa fluisce limpida anche dove la spirale si concentra sul senso di colpa, punto di non ritorno che reclama la sua vittima senza più compromessi di coscienza. Per un sacrificio che assume un complementare significato di redenzione.

  4. P. Ceccarini – quasicultura.com

    Sacrificio di Andrea Carraro (Castelvecchi, 2017) racconta la parabola dell’amore assoluto con una storia complessa e toccante. Giorgio, il protagonista del romanzo, è una sorta di Gesù sbagliato, un antieroe che fa un patto col diavolo per salvare la figlia Carolina dalla tossicodipendenza. La strada che sceglierà è la più difficile: condividere con lei l’inferno della droga. Solo conoscendo a fondo il dramma in cui si è cacciata, Giorgio potrà tentare di prenderla per mano e spingerla a risalire la china. ‘Sono disposto a fare qualunque cosa, ma cosa, cosa?’ (…) ‘Padre Gaetano, un giorno, durante un’omelia pasquale (…), disse di cercare di imitare sempre Gesù (…)’. ‘E dunque?’. ‘Me lo dica lei’. Il sacerdote lo guarda dapprima perplesso. Poi suggerisce: ´Dunque condividere fino in fondo il dolore e la sofferenza di Carolina (…)’. Un realismo visionario. La trama si snoda su due fronti antitetici. Il primo, iperrealista, racconta la deriva psicofisica provocata dalla dipendenza dall’eroina e la Roma nascosta di spacciatori e prostitute. Il secondo, introspettivo e metafisico, si affaccia su un misticismo visionario. Sacrificando se stesso Giorgio trascina la fede religiosa, confusamente riposta nel Bene e nel Male, nel fango della vita vera, allontanandola da qualsivoglia dio e dalle istituzioni cattoliche, con l’effetto paradossale di esaltarne il valore. Stile e commento finale. L’idea del libro è eccellente. Lo stile distaccato, né asciutto né ampolloso, figlio della grande letteratura del Novecento, lascia al lettore la libertà di indagare sui significati del romanzo. D’altronde Sacrificio, toccando tematiche diverse e distanti ñ dal rapporto padre-figlia al senso di colpa, dalla religione (forse sarebbe meglio dire religiosità) ai bassifondi romani ñ ben si presta a un’analisi stratificata. Ma la tanto decantata complessità è al contempo la debolezza di Sacrificio: il tentativo di unire realismo e visionarietà non risulta sempre efficace o esteticamente riuscito. (Il momento più bizzarro è la chat su Facebook tra Giorgio e il diavolo.) Merito però a Carraro di aver sperimentato; ma soprattutto di averci regalato un romanzo autentico addentrandosi stoicamente negli abissi della disperazione e della droga.

  5. F. Centofanti – La poesia e lo spirito

    Sacrificio di Andrea Carraro, edito da Castelvecchi, parla di droga, ma ha catturato anche me, che in vita mia mi sono fatto mezzo spinello, a esagerare. Qui c’è molta umanità, e molta scrittura: Andrea sa maneggiare entrambe, e non sempre è dato godere del connubio. è un libro che parla d’amore senza le retoriche da cui raramente ci si conserva immuni, in questi casi; anzi, c’è l’esibizione di un linguaggio forte, violento, senza fronzoli, con colori dialettali a volte assai accentuati, nei dialoghi più mossi. C’è un impasto originale e suggestivo di cinismo sfrontato e delicatissima attenzione ai sentimenti, presenti in tutte le tonalità della passione, dell’affetto, dell’odio, sempre in bilico tra slancio del cuore e disperazione senza uscita. Carraro ha il tratto del grande narratore nel descrivere le visioni allucinate conseguenti al ‘bucò, ma anche nella minuziosa esegesi degli stati d’animo della figlia ribelle, del marito deluso, di amicizie pluridecennali capaci di risorgere dalle ceneri di esistenze lontane e vicine nello stesso tempo. Quello di Andrea è un libro che si trasfigura di capitolo in capitolo, fino al ricordo dell’ultima pagina, in cui si concentra la tenerezza prima in parte rimossa e poi sempre più palpabile. è in questi chiaroscuri di fatti e sentimenti che l’autore dà il meglio di sé, come se la verità potesse emergere solo guardando in faccia con coraggio l’ombra propria e degli altri, volendo usare un termine tecnico della psicologia analitica di Jung. Mi ha fatto un effetto singolare leggere questo ‘Sacrificiò dopo aver presentato ‘L’anima e il castigò di Michele Caccamo: dal cielo alla terra, si direbbe. Se non fosse che la terra, a volte, si apre al cielo anche non volendo, e persino per sbaglio. Mi viene in mente ‘La vocazione di san Matteò, del Caravaggio: io sostengo con ostinazione che Levi sia il pubblicano impegnato a contare le monete. La genialità del Merisi sta nel cogliere l’attimo prima che il giovane sollevi lo sguardo: un gesto che gli cambierà la vita, per sempre. Giorgio, il protagonista del bel libro di Carraro, per salvare la figlia dalla droga, si appella alla persona sbagliata, il demonio; ma nessuno può escludere che l’ultimo sguardo lo attragga dalla parte giusta.

  6. A. Sagna – momentosera.it

    L’immagine iconografica del padre nel nuovo romanzo di Andrea Carraro, ‘Sacrificio’, edito da Castelvecchi, è una sorta di purgatorio, di percorso verso la purificazione che non arriva mai, di lotta agli idoli, nell’impossibilità di uscire dalla bolla che Giorgio si è costruito tutta attorno a sé. La sua bolla altro non è che l’insicurezza, penetrata in maniera insidiosa nella vita, portando con sé tutto il peso del dramma di Carolina, quella figlia desiderata, voluta, amata e poi finita nel tunnel della droga. Il romanzo è anche un cambio di rotta di Andrea Carraro che, pur rimanendo sempre legato alla trasposizione cruda del reale, qui affronta il legame con la figlia tossica attraverso una fotografia esistenzialista, a partire dalla forma. La descrizione del sacrificio è elemento che si cementifica con il limite umano. è interrogativo, è domanda con la rottura di un patto iniziale qual è la nascita di una figlia e il frantumarsi sotto gli occhi delle speranze. Il punto di vista del padre è strutturato in terza persona, ma la prosa si alimenta di elementi descrittivi che spingono il lettore all’intimità, fino ad arrivare al confronto diretto con Dio, con la religione, per avere risposte. Ma anche qui non arrivano a certezze, eppure questo tipo di forma circumnaviga il dramma e conferisce tono alla voce. Giorgio è testimone, ma racconta anche la sua gioventù, il mito di Lou Reed, la chitarra elettrica, la vita nel quartiere Talenti che prima detestava, per via di quell’anima borghese e fascista, per i picchiatori seriali che si aggiravano nelle vie. E poi il lavoro in una piccola casa editrice romana, che dovrebbe segnare la maturità, il passo verso una vita stabile. Ma tutto vacilla. Giorgio si mimetizzava nel suo quartiere, si nascondeva e continua così la sua esistenza legata a feticci, ha coscienza del proprio male e vorrebbe un’altra vita, ma non ha gli strumenti per risolvere tutto con una bacchetta magica. è un uomo schiacciato da sensi di colpa che si trascina da tempo, vittima anche di se stesso. Carraro, nel soliloquio della figura paterna, descrive anche il fallimento di una generazione, nata con l’idolatria del rock e delle droghe pesanti, per poi scontrarsi con la realtà del tessuto familiare, nel suo disgregarsi nonostante il sentimento, nonostante i simboli, fino a perdersi in uno stato di allucinazione.Sacrificio è la storia di un amore filiale che porta al dolore, alla sofferenza, alla vita in perenne bilico. L’idea di fondo di questo romanzo si aggira in una scrittura che passa attraverso diversi registri narrativi, da cronista di costume, alla delusione più intima che si tramuta nell’impotenza, avvolta dal lirismo. La prosa è visionaria, spinge verso interrogativi universali. è nel duello tra religione e caso che Carraro avverte la necessità di legare la dissacrazione del mondo borghese, di quell’uomo sconosciuto in tight che si avvicina a Giorgio, con la canzone di Lou Reed, l’alcool e la preghiera. Fino a quando, un giorno, apparirà l’immagine della ‘Madonnina’, anche lei con le mani giunte, vestita di rosso e coperta da un mantello azzurro, gli occhi lucidi di lacrime che guardano verso l’alto, come se fosse arrivata per Giorgio la risposta, quella alla musica di una radio lasciata accesa nella macchina. Eppure, quando quella canzone finirà, quando le note di ‘Heroin’ non si sentiranno più, niente e nessuno potrà tornare indietro. Il patto, il limite è ormai passato. E al nuovo valico corrisponderà un nuovo destino. è un lirismo, dunque, funzionale a illuminare un frammento della decadenza, l’insofferenza della realtà. Carraro con questo romanzo trova nel simbolismo il livello di confronto, la cifra stilistica con una letteratura che spiazza, arriva diretta. Per poi fuggire dalla retorica, dal parossismo della noia, dal sentimento debole, anche con un colpo di frusta. è in questa direzione che si arriva alla crisi della famiglia. è in questa direzione che si mette a repentaglio l’autosufficienza del legame filiale.

  7. V. Tomassini – ilfattoquotidiano.it

    Ho finito il romanzo Sacrificio (Castelvecchi), dello scrittore e sceneggiatore romano Andrea Carraro. Non essendo questa una recensione accademica (non ne avrei i titoli), riferisco quanto segue, sentimenti e ragioni molto personali dunque. Il romanzo l’ho interrotto alcune pagine prima della fine, ho dovuto aspettare un pò, per finirlo del tutto. Stavo malissimo. Avevo il cuore accelerato, le mani fredde, sudate. è una storia che ti piega in due. Qui non lo si dice come uno sfoggio, a volte si eccede in facili celebrazioni, per esaltare (in buonafede o vigliaccamente) qualsiasi cosa e gridare al capolavoro a ogni piè sospinto, esagerando o mentendo. Tornando al romanzo: è la storia di una famiglia, un padre, una madre, una figlia, c’è una Roma perbene e contemporanea. Relazioni fragili e tediate dal benessere, indebolite dallo stesso. E c’è un padre soprattutto e una figlia, un legame fortissimo, tragico. Adolescente, figlia di separati, eroinomane. Il padre racconta di questa figlia, fino all’abisso: quando ha cominciato a farsi di eroina? Non è chiaro, non importa. Il padre, Giorgio, farà di tutto per salvare, lei, Carolina. Fino a scendere all’inferno, e lo fa, non solo metaforicamente. La scrittura di Andrea Carraro è blasfema, spregevole, violenta, precipitata nell’oscurità. Lui è uno scrittore grandioso, lo ripeto. In molti lo ricorderanno anche per il romanzo deflagrante e drammatico che fu Il branco, da cui Marco Risi trasse l’omonimo film, nel 1994. Da quanto tempo non mi capitava di leggere ammirata? Non è questo il punto, torno a ambientazioni buie, le piazze, il Solari, Berlino, le stazioni, mescolo quello che ho visto, letto, vissuto, le spade, l’ero, incubi. Incubi. Tutto ritorna in Sacrificio. Perciò sto male. Però intercetto quel che riesco: il talento non è mai normalizzato. Non è mai democratico (nella letteratura voglio dire). C’è una buona dose di follia (ok, è un’ovvietà), ma applicatela a un processo di demistificazione, di devastazione, di sovversione, che succede, scrivendo. Con Andrea Carraro mi domando: quanto terribile sia la scrittura? Come una lama che ti infila le viscere, non puoi sottrarti, non puoi fuggire, niente è come prima. Lui, lo scrittore, esegue acrobazie allucinate. Io chiudo la pagina, scossa da una specie di tremore. Penso a un film con Greta Scacchi, non riesco a ricordare il titolo, inizi anni 80. L’eroina, il figlio (era il figlio? Era un ragazzo senz’altro, aveva all’incirca l’età di Carolina) che ne faceva uso, lei che vuole salvarlo, un incesto che procede per ottenebrare l’aria, spegnere ogni speranza con avidi e esangui desideri. E a proposito di linguaggio letterario (c’è una polemica in corso, lanciata dall’Espresso, cosa sia, dove, come), ecco prendiamo ad esempio Andrea. Non è mica una questione di aggettivi. Quando Giorgio, il personaggio principale, strafatto di roba, guarda il cielo di questa Roma pacifica e contemporanea, e comincia il suo delirante soliloquio, ecco lì c’è lo scrittore che osa dove nessun autore normalizzato e cauto arriverebbe. Concludo osservando che ñ forse ñ per essere scrittori sopra la media, si deve perdere qualcosa in umanità.

  8. A. Ferracuti – il Manifesto

    Andrea Carraro è un autore tra i più fedeli a una idea di letteratura realistica rinnovata di romanzo in romanzo. I suoi primi libri, più gergali, d’impasto neo-pasoliniano, già indagavano ciò che più sta a cuore a questo scrittore, cioè il gorgo sociale, quel lato oscuro, doloroso e tragico, confinato nell’inconfessabile interiore di ognuno di noi. Nei libri di Carraro c’è sempre qualcuno che si porta o è portato ai limiti, sia essa una donna stuprata dal ‘brancò, un figlio tormentato dalle violenze di un padre padrone, la donna straniera ridotta a schiavitù, l’impiegato vessato dal mobbing di quello che è un fetente ‘sorcio’ aziendale, la gente normale che travolge e uccide un uomo, e poi scappa. Quello che gli interessa di più è sviscerare una sorta di nuovo e violento darwinismo sociale, che ricompone in uno stile di verismo contemporaneo fatto di una lingua ruvida e selvatica, perfettamente aderente al mondo che vuole rappresentare. Anche il suo nuovo romanzo, ‘Sacrificio’ (Castelvecchi, 2017), sta in questo solco. Giorgio, il protagonista, come molti eroi tragici e fragili di Carraro, direttore editoriale di una piccola casa editrice romana, è alle prese con la figlia ventenne eroinomane Carolina, che uscita dalla comunità terapeutica torna a vivere con lui, separato dalla madre, che nel libro resta un personaggio di secondo piano, fatuo e sfuggente; ma il disagio della ragazza presto si lega a quello del genitore in una sorta di vaso comunicante genetico e culturale, prima ancora che corporale e spirituale. Quello che all’inizio sembra il centro nevralgico del romanzo, cioè le storie disadattate di un’adolescente e il suo male di vivere, raccontate a volte in modo un pò convenzionale, presto lasciano il posto al protagonista e alla biografia generazionale di un uomo che ha affabulato nel sound e negli immaginari nevrotici, liberatori e autodistruttivi degli anni ’70, di cui il libro è pieno di riferimenti musicali ossessivamente filologici, dai Doors a Lou Red, da David Bowie ai Velvet Underground. Ecco che come in molti libri dell’autore romano il mondo psicotico del protagonista prende il sopravvento su tutto il resto, tra un presente e i flash back della sua storia di formazione generazionale di ‘borghese piccolo piccolo’ ormai segnato da un fallimento esistenziale al quale non vuole opporre più nessuna resistenza. ‘Ho fallito in tutto, come marito, come padre, forse anche come cristiano’ confessa disperato in un passo a un sacerdote. C’è sempre una tensione che cresce nei libri di Carraro e, inevitabilmente, come in un fiume carsico sotterraneo, sottotraccia, dopo una lunga, estenuata preparazione, il flusso narrativo e concentrico arriva all’acme, il momento di cruda verità che svela prepotente la natura dei personaggi fissati dentro la loro piccola epica esistenziale. Puntualmente succede anche in questo libro con la scelta insensata di Giorgio di bucarsi e diventare eroinomane per ‘incarnare’ la sofferenza di sua figlia, alla quale più volte dice che darebbe la vita per salvarla, in una emulazione quasi mistica, aspettando un segno divino di misericordia. Lo scrittore attentamente registra i movimenti della lenta caduta, il disfacimento mentale, quello fisico del suo personaggio-uomo, l’andare alla deriva senza rimorsi, il bere smodato e la cupa ricerca della polvere in ambienti sordidi, popolati da un sottomondo di squallidi individui, quasi compiaciuto dall’immolarsi e dando a tutto questo un senso mistico autodistruttivo ma anche eroico, di sacrificio, appunto, che porter’à coraggiosamente fino alle estreme conseguenze.

  9. R. Lepri – L’Ottavo

    Sacrificio è compiere un’azione sacra. Poggiamo su un altare ñ reale o che appartiene alla nostra immaginazione ñ qualcosa a cui siamo disposti a rinunciare. Doniamo in cambio di altro. Cosa vogliamo? La soddisfazione di un desiderio, la pace dell’ego, l’affermazione, la risoluzione di un conflitto? Tutti vogliamo qualcosa. Il punto focale è cosa siamo disposti a dare in cambio, cosa poggiamo sull’altare. Per il sacrificio ci vuole una vittima, e questo Giorgio, il protagonista dell’ultimo romanzo di Andrea Carraro (pubblicato nel luglio scorso da Castelvecchi editore) lo sa benissimo: una vittima c’è già, fin dall’inizio, ed è sua figlia Carolina, che a venti anni entra ed esce da centri di recupero per tossicodipendenti, è svuotata, vecchia, e senza niente da desiderare veramente a parte l’eroina. Si può salvare una vittima come questa, e in quale modo? Fin dal principio del romanzo, Carraro ci mette sotto gli occhi la soluzione del problema, perché Carolina è per Giorgio ñ uomo debole e irrisolto, che ha fallito nel matrimonio e nella realizzazione professionale, e che ha visto crollare tutti gli ideali della propria giovinezza politica ñ quello che ogni figlia vorrebbe essere per il proprio padre: l’amore, il pensiero costante, la felice tenerezza del ricordo di quando era bambina. Anche quando Carolina lo ferisce, soprattutto mentre lo sta facendo soffrire, la tenerezza di Giorgio non cede il passo alla rabbia. Questo uomo fragile ha dunque un grande punto di forza, qualcosa a cui riferirsi in maniera irresistibile, nonostante un atteggiamento in apparenza indifferente nei confronti della vita che sta attraversando, e un’incapacità a condividere ñ anche con la figlia ñ il dolore per la solitudine che lo accompagna: Giorgio tende a Carolina, è disposto a tutto, fino a diventare lei, a scambiarsi ñ un agnello in cambio di un altro ñ sull’altare di un’esistenza che è finita in malora quasi senza sapere il perché. Andrea Carraro ci guida per Roma come nella più perfetta delle commedie, un girone dietro l’altro, tra spacciatori e finti intellettuali, con coerenza, senza sbavature e con una lingua perfetta e vera. Fino ad arrivare alla conclusione di una storia inevitabile, ma che sorprende per quanto è logica. Cosa può infatti fare un padre che ama sua figlia più di se stesso, se non sostituirsi a lei, e diventare vittima al suo posto? In un mondo che pare diventato incapace di amore, Carraro ci mostra il riscatto di un uomo schiacciato da un’intera esistenza, che per amore scende a patti con il Male (che gli risponde nella persona di un demonio che Giorgio si è covato dentro da sempre) proprio quando invoca il Bene (che invece tace, forse perché mai lo ha conosciuto e perciò il protagonista non sa rappresentarselo). Un uomo in apparenza opaco, incapace di reazioni per quasi tutta la propria esistenza, spesso in contraddizione, ma che conosce, per istinto, l’infallibile logica del sacrificio, otterrà così il riscatto che andava cercando: questa è la storia di Giorgio, disposto a giocarsi la vita per sua figlia Carolina. Un racconto asciutto, coerente e bellissimo, da me il più amato, tra quelli di Andrea Carraro.

  10. G. Franchi – gianfrancofranchi.com

    È il dramma spirituale di un padre che rifiuta di arrendersi all’autodistruzione della figlia, eroinomane, e sprofonda letteralmente nell’inferno per salvarla, immolandosi: ‘Sacrificio’ è la discesa nell’abisso di un uomo che nella nascita della sua bambina ha riconosciuto un segno dello splendore di Dio, e nelle sue sofferenze, dopo tanta disperazione e tante vane preghiere, non ha trovato rimedio diverso dall’evocare il Diavolo, finendo per condividere non solo la sofferenza della ragazza, ma lo stesso male. Negli errori e negli sbagli della figlia, Giorgio C. ha ritrovato tracce della sua influenza negli anni delicati dell’infanzia e dell’adolescenza: forse dimentico del mutuo rapporto di adorazione, è andato a cercare i semi dell’autodistruzione nella musica ascoltata insieme, nei vaniloqui tossici di Lou Reed e dei Velvet Underground, nei sottotesti satanici del rock, o nella discreta tolleranza per le droghe leggere, rifiutando di credere che la dipendenza della figlia derivasse semplicemente dalle sue scelte, dai suoi comportamenti o dalla sua responsabilità di giovane donna: dalla sua fragilità, o dai suoi capricci. ‘Sacrificio’ è un romanzo drammatico, di potente intensità; è la storia di una caduta rovinosa di un uomo che si illude di essere stato buon capro espiatorio, in remissione dei peccati della figlia (e dei suoi peccati di gioventù, en passant: a un tratto, lo psicodramma si tinge di un fosco e spietato esame di coscienza), e per questo finisce per disintegrare tutta la sua vita, scomparendo poco a poco dal posto di lavoro, sperperando metodicamente il denaro, massacrandosi di eroina per portare su di sé le colpe della figlia, e condividere il suo stato d’animo e le sue crisi d’astinenza. Carraro gioca, come già in passato, su dialoghi serrati e fedelissimi ai tempi e ai ritmi del parlato, per rafforzare il già credibile realismo della vicenda narrata; l’approfondimento dei personaggi è tuttavia diseguale, rispetto a quello che ci si potrebbe immaginare in una simile vicenda, e in un certo senso da un libro con in copertina una fragile musa di Schiele: questo romanzo meritava forse un autoritratto di Schiele in copertina, con un maschio esangue, scavato da una sofferenza interiore micidiale, e tuttavia vivo, di una vitalità sconfinata; nel ‘Sacrificio’ di Carraro si capisce poco davvero della psicologia della figlia, Carolina, e si può ricostruire meno ancora della personalità dell’ex moglie, Giulia, mamma di Carolina; a un livello di superficie profonda, non si fatica a riconoscere la suprema fragilità (volubilità) della ragazza, così come la limpida stanchezza della moglie, che a un tratto prende e se ne va a vivere col suo amante, suo psicanalista e liberatore. Questo libro però non è uno scandaglio nei loro mondi e nelle loro storie: è uno scandaglio nei recessi dell’anima e dell’estetica di Giorgio. Uno che ha bisogno di riallinearsi e di ritrovarsi, a un certo punto della sua vita, e di decidere cosa è stato giusto e cosa ha avuto senso, e cosa no; cosa è stato Dio e cosa ha significato abiurarlo, e poi ritrovarlo, e poi perderlo ancora; chi è stato amico e cosa è stato degno, e via dicendo. Chi è Giorgio C.? Incontriamo ‘un uomo di mezza età, semicalvo, occhialuto, di quel grigiastro chiaro che viene ai biondi [Ö]. Un signore distinto, piuttosto alto’, tendenzialmente elegante. Ha avuto una discreta eredità da una zia che gli ha regalato un’inattesa agiatezza, che ha ridotto lo scarto con la famiglia borghese di sua moglie. Giorgio viene da un ventennio di collaborazioni editoriali e giornalistiche ‘sofferte e malpagate’; adesso lavora come direttore editoriale per una piccola casa editrice romana di qualità, fondata da un signore con la testa lucida e i modi un pò grossier; come da recente abitudine dell’editoria nostrana, è socio di minoranza di quell’azienda. Abita nel quartiere Talenti, a Roma; ‘un quartiere comodo e accogliente, ben servito da negozi e mezzi pubblici, ricco di verde. Un quartiere dove ti puoi nascondere, mimetizzare e dove puoi anche respirare un’aria decente’. Ha avuto una bella giovinezza, caotica e cameratesca; non si è negato nessun vizio e tuttavia ha saputo controllarsi quando era il momento giusto. Ha ancora contatti coi vecchi amici di una volta, a conferma che è rimasto una persona leale e verace. E tuttavia sta a pezzi. Sta a pezzi non tanto perché la moglie se ne è andata a vivere con un altro, e non risponde manco più ai messaggi; quanto perché, di lì a poco (poco prima, o poco dopo), la figlia ha cominciato a farsi di eroina. ‘Ho fallito in tutto, come marito, come padre, forse anche come cristiano’, dice a un tratto. ‘Mi sento proprio così, abbandonato’, dice in un altro momento. La reazione è stravolgente, perché si tinge di sregolatezza, di droga, di allucinazioni, di stupide chiacchierate con le mignotte, di evocazioni del diavolo ñ un diavolo che appare su facebook, e poi in carne e ossa, una prima volta, davanti a un’antica edicola mariana, vicino Villa Paganini (‘bianco nei capelli folti e ben pettinati indietro [Ö], occhi chiari, espressivi, che quasi brillano nell’oscurità sotto le sopracciglia scure e ben disegnate, come in un disegno a china, sull’ovale di cerea bianchezza. Potrebbe avere la sua età, ma anche dieci anni di meno o dieci di più’). E incredibilmente tutto questo disordine riesce a portare a un risultato: a due risultati. A quello previsto, cioè il suicidio di Giorgio, e a quello sognato, e tutto letterario, forse, cioè il recupero di Caterina. Un recupero forse definitivo, perché è anche un recupero di coscienza, di consapevolezza, di intelligenza (in senso stretto). ‘Sacrificio’ è un romanzo che parla di anima, di Dio, di bene, di droga, di male, del Diavolo e dell’adolescenza, del rock e dell’innocenza, di un certo quartiere di Roma e di una certa editoria romana; degli uomini di sessant’anni e dei ragazzi di venti; è un libro crudo, e tuttavia niente affatto oscuro, o almeno non del tutto oscuro: trasuda una confortante e caldissima spiritualità. è una lettura delicata, perché è un romanzo sporco di sangue. è un’esperienza complicata e contraddittoria, e per questo più apprezzabile. Dal punto di vista editoriale, contestata la copertina (fuorviante, forse non del tutto volutamente, e concettualmente identica a quella di ‘Contesa’, Aracne, 2014), va criticato il titolo: nel 2008, lo scrittore trentino Giacomo Sartori, parigino d’adozione, coetaneo di Carraro, aveva pubblicato, per la PeQuod, un romanzo chiamato proprio ‘Sacrificio’; niente a che fare con questo, nella trama, nell’ambientazione e nella portata: ci si poteva fare caso, però, e si poteva leggermente dirottare il titolo (non mancano espedienti ed escamotage, in queste circostanze). Carraro merita qualcosa di più di Castelvecchi: soprattutto della odierna Castelvecchi. Bel libro, profondissimo.

  11. A. Vallerugo – Gli Amanti dei Libri

    Giorgio, il protagonista dell’ultimo romanzo di Andrea Carraro, Sacrificio (Castelvecchi), è un editore romano per molti versi frutto emblematico dei suoi tempi. Ha raggiunto la mezza età con discreti successi lavorativi e una famiglia polverizzata alle spalle: accanto a lui non c’è più la moglie ñ ancora amata malgrado le tante tempeste attraversate, a cui offre goffi tentativi di riallaccio del loro rapporto nei momenti di cedimento a una debolezza che lo morde, saltuaria e ingestibile ñ ma c’è la figlia Carolina, ventenne, anima perduta nell’eroina. Ruota sui ripetuti sforzi del padre di trascinare la ragazza fuori dal proprio baratro, la trama di Sacrificio. Pare essere l’amore purissimo per lei a spingerlo a farsi imitazione di Cristo, a chiedere a un Dio distratto e assente di porla in salvo strappandola alla dipendenza. Per riuscire nel suo intento, Giorgio si caricherà dei peccati della ragazza e andrà ad espiarli percorrendo letteralmente il suo stesso cammino nelle aree dello spaccio, ricalcandone il percorso di caduta e facendosi eroinomane a sua volta finendo con l’acquistare le dosi dagli stessi spacciatori che hanno irretito Carolina. Deciderà di accogliere deliberatamente come un’ostia il peccato della figlia, di caricarselo sulle spalle come il Cireneo, di sacrificarsi (da cui il titolo secco, pieno) ñ fino a conseguenze che qui non vanno dette ñ per liberare e salvare il vero unico amore della sua vita. Potrebbe farsi exemplum, questo personaggio, di sola luminosa purezza di intenti: ma Carraro, in questo che è forse il suo romanzo migliore, raddensa le trame, complica magistralmente intenti e motivazioni sottese, sporca ñ rendendole straordinariamente umane ñ le intenzioni. Vero è che l’amore paterno è immenso e capace di tutto, ma quanta parte di colpa c’è nell’aver esposto la figlia ancora bambina a una familiarità involontaria con gli stupefacenti? è Carolina a trovare un panetto di hashish nascosto malamente in casa, a notare e assorbire l’atteggiamento aperto, disinvolto e incurante, di non condanna, nell’uso paterno di sostanze illecite. è sempre lei a guardare con occhi ancora per poco innocenti i genitori portare avanti le loro vite sulle note di una colonna sonora citata a più riprese nel romanzo, Heroin dei Velvet Underground & Nico, richiamata più volte e volutamente tradotta dall’autore, basso continuo delle pagine del libro. Il sacrificio di Giorgio porta dunque con sé una parte di colpa: l’espiazione assume tono e colore di un’autoassoluzione, un tentativo di riparare oltre a quelle degli altri anche ñ soprattutto forse ñ le proprie colpe. Nella disperazione della ricerca di salvezza, Giorgio si rivolgerà al visibile e all’invisibile: Carraro, ottimo da sempre come scrittore realista piega lingua e immaginario alla visionarietà. Il protagonista del romanzo azzarda un dialogo con la Madonna (abbozzato, Giorgio è cristiano e si rivolge dapprima al lecito, all’atteso), uno con Dio e i suoi rappresentanti in terra. Non troverà né risposte, né difesa e alla fine capitolerà alle lusinghe di una figura che lo corteggia e blandisce, Calibano, un demone di marca shakespeariana (tra i tanti riferimenti colti scivolati senza dolore dentro la trama) accessibile, vicino, riparatore, frutto forse solo di immaginazione, dei farmaci che Giorgio assume, chissà. Con Calibano Giorgio intesse un dialogo a cui Carraro dà i toni dell’indefinito, tra il sogno (l’incubo, piuttosto) e il risveglio che induce il protagonista ñ e il lettore ñ a domandarsi quanto ci sia di immaginato, quando ci sia di visionario, dove e perché si sia perso ogni ancoraggio anche linguistico alla realtà. Una piega stilistica inattesa nel realista Andrea Carraro, molto riuscita. Al di là della storia, con pagine di perfetta descrizione di quartieri romani in pagine attente, calibrate e vivide, e occhio acutissimo sul dettaglio anche nei personaggi minori – amici, colleghi – che ruotano attorno al protagonista, la parte più interessante rimane infine il tessuto del narrato che si adatta docile ai momenti di riflessione più intima di padre in fieri parallela al dis-farsi della figlia, in una sorta di partita doppia di romanzo di formazione e distruzione. Con la fine accortezza da parte di Carraro di non limitarsi manicheicamente alla sola formazione per il padre, ma di instillare anche in lui l’ombra del disfacimento nelle pieghe di uomo corrotto, nei guasti della sua vita: un’ultima sottigliezza che va ad arricchire questo già ottimo romanzo.

  12. S. Gambacorta – La Città

    Andrea Carraro ha scritto un romanzo indimenticabile, ma alla parola va sottratta qualsiasi sfumatura enfatica: il punto è che dopo che lo si è letto, Sacrificio non lo si può dimenticare, tanta è la capacità di spiazzamento di questo romanzo di così insolita e compatta durezza (Castelvecchi, pp. 170, euro 17,50). In questo fa il paio almeno con un altro gran libro di Carraro, Il branco, del 1994, storia atroce e atrocemente attuale di uno stupro di gruppo e romanzo molto più significativo dell’omonimo film girato a suo tempo da Marco Risi. Il branco e Sacrificio hanno in comune, fra le altre cose, questa capacità di persistenza, questa attitudine a segnare la memoria del lettore. Oggi in Italia pochi scrittori meritano come Andrea Carraro di essere chiamati scrittori e pochi sono capaci come lo è lui di fare di una trama una storia, trasformando quelli che tutto sommato sono pochi fatti (il ‘brancò che stupra due giovani turiste tedesche in una baracca alla periferia di Roma) negli spessori di narrazioni che esplorano situazioni liminari ed estreme (tenendo conto del fatto che quelle situazioni sono volte da Carraro in scenari, in dipinture cariche di una loro atmosfera di terribilità). Come pochi altri, Carraro sa spingersi nell’oltranza massima in cui si rapprende la sfida più ardua per uno scrittore: osservare il buio della condizione umana, quel composito orizzonte in cui si oscilla dalla ferocia alla paura, dallo smarrimento alla perdizione, dal sogno all’incubo. Sacrificio sarà presentato oggi al Festival delle narrazioni di Sulmona (da Soulkitchen alle 18) e a dirla in poche parole la vicenda che vi si racconta sembra persino semplice: un padre decide di drogarsi per compassione (mai come in questo caso l’etimo è importante) verso la figlia eroinomane. ‘Ho pensato di condividere la sofferenza di mia figlia’, dice Giorgio a proposito di Carolina, quindici anni e una vita già compromessa, già infestata da quei fantasmi che prendono forma di buchi nella pelle. Giorgio è un uomo di mezz’età, direttore di una casa editrice romana, separato dalla moglie che non sa dimenticare sebbene lei gli abbia preferito un altro. Il presente e il futuro di Carolina sono i suoi chiodi fissi, quelli che lo crocifiggono a una realtà alla quale non vuole arrendersi. Sacrificio ha una colonna sonora, Heroin di Lou Reed, ma questa colonna sonora è in verità molto altro: è una colonna portante dell’intera narrazione, ne è un pilastro, un plinto. Quella di Lou Reed, che ricorre nella storia come un angelo cattivo, è una figura al tempo stesso incombente e allusiva. E non solo incombente e allusiva: è anche pervasiva, sfuggente, onnipresente, ipnotica. A questo almeno viene da pensare riguardo un’altra fondamentale parte del romanzo, quella che prende forma nei dialoghi tra Giorgio e una presenza che lo catturerà proprio partendo da Heroin e che potrà su di lui quel che su di lui non possono le parole dei preti e le sue preghiere. Pian piano Giorgio si addentrerà in un viaggio solitario che lo condurrà al di là dei perimetri della normalità, quella stessa normalità dove la norma diventa anche il criterio spesso comodo per individuare il confine tra bene e male e giusto e sbagliato. La droga, questa immane presenza, questa forza attiva e coattiva, dominerà la scena come una divinità. Come sempre i personaggi di Carraro sono carichi di un’umanità umbratile, tangibile, realistica anche nei momenti (volontariamente) meno realistici, e così l’intero dramma di Giorgio scorre davanti agli occhi del lettore come fosse un film, e non a caso uno degli ultimi capitoli del romanzo, che poi è una delle parti più belle del libro, è un film che dura per tredici tesissime ed esemplari pagine. Di quest’uomo così sperso e sconfitto è visibile anche quel che Carraro tace, refrattario com’è a ogni invasività. Il dolore di Giorgio più che altro lo si percepisce, lo si intuisce grazie ai dettami di un’aritmetica della narrazione che rende eloquente anche quanto ha sottratto alle evidenze della pagina. Quello di Giorgio è un dolore che si accampa su due diversi livelli perché proviene da due diverse regioni: assomma in sé tanto l’immedicabile solitudine di marito abbandonato quanto la voragine di una paternità che sceglie la via della dannazione pur di aderire (complice il senso di colpa) al destino (compiuto e al contempo incompiuto) di una figlia amatissima. Anche in Sacrificio Carraro fa suo l’archetipo tragico e così come avviene nel Branco anche qui c’è un punto di non ritorno che segna il momento preciso in cui la storia vira dal dramma verso la tragedia. è il momento in cui Giorgio varca una soglia oltre la quale null’altro incontrerà se non la sovrana irrevocabilità dei suoi atti: ‘La canzone è finita, spegne lo stereo. Ormai è fatta, non si può più tornare indietro’. Quest’irrevocabilità è determinata anche da quella che in Carraro è una novità tematica, e lo ha sottolineato giusto ieri Massimo Onofri nella sua recensione al romanzo. Se altri suoi libri – per esempio A denti stretti, lo stesso Branco o L’erba cattiva – trovano un combustibile decisivo nel conflitto tra padri e figli (conflitto su cui Carraro è tornato anche nei versi di Questioni private), qui è invece l’estrema vicinanza tra Giorgio e Carolina a segnare l’avvicinamento a una frontiera. Lo spasmo prolungato di Giorgio, il suo arrendersi a un inedito e inaudito tempo discensionale, richiama l’immagine della Fossa delle Marianne. Quella depressione oceanica (la più profonda della terra) è un punto di distanza assoluta da tutto. Essere lì, immaginarlo, pensarsi in una delle profondità più inaccessibili degli abissi, significa entrare in una vertigine. più in fondo di lì non si può. E Sacrificio dopotutto è questo: la storia dell’accesso a un punto di distanza assoluta, in una vertigine che è anche un’allucinazione progressiva. Può darsi però che Sacrificio sia pure altro: perché se da un lato ha tutte le carte in regola per essere considerato una delle opere più importanti della narrativa italiana di questi anni, e se per ciò svetta all’interno della produzione di Carraro come un momento apicale, dall’altro lato sembra essere portatore di più vaste indicazioni per quanto riguarda l’intero percorso dello scrittore romano. Viene da pensarlo prendendo liberamente spunto da un passaggio della prefazione di Raffaele Manica ai reportage di Da Roma a Roma: ‘Il suo sguardo – scrive Manica in quello che è forse il testo principe della critica su Carraro – non è mai neutro. Intriso di tutte le sofferenze, diventa duro per poter esistere’. Ci sono tre parole essenziali che vanno sottolineate: per poter esistere. In quella finalità di esistenza sembra avere casa il sacrificio fondamentale e fondativo di una scrittura che, per esistere, incorpora in sé la durezza delle cose. Come il punto forte del Branco (dove il tema dell’immolazione è peraltro altrettanto presente che in Sacrificio) sta nella compromissione che lega e collega i responsabili del fattaccio, così, in un’ottica che voglia tentare di tener conto di dinamiche per così dire originarie, la parola di Carraro si compromette con le cose nel momento in cui le assume come materia di scrittura: come in un sacrifico, come in una cessione di verginità.

  13. M. Onofri – Avvenire

    Il momento della nascita, che è già, per la propria vita di padre, una verità incancellabile, come una sentenza passata in giudicato: ‘la prima volta che vide sua figlia erano le due di notte di una ventina di anni fa, e lei era un meraviglioso putto dentro un lettino della nursery’. La fatua eppure insopprimibile convinzione che, in confronto a lei, sia pure perché un cesareo l’ha risparmiata da ogni sforzo, ogni altro neonato non potrà che sfigurare. L’irresistibile desiderio di soddisfarla in tutto e per tutto: come con quel dito in bocca, da succhiare al primo pianto. Un’attenzione totale e ostinata, insomma: fino al punto da sostituirsi alla moglie, troppo occupata, in ogni incombenza che riguardi la piccola. E quel primo giorno di scuola alle elementari -‘Carolina che si volta e continua a guardare il suo papà e fare ciao con la manina’, il primo struggente di tanti addii. Infanzia e adolescenza balenano, in appena 3 pagine e mezzo: per restituirci la giovane Carolina, finita nel baratro della droga, appena congedata dalla comunità San Giuliano. Ad attenderla, ovviamente, c’è Giorgio, che ora è editor d’una piccola casa editrice: giacca di tweed senza cravatta, ‘un uomo di mezza età semicalvo, occhialuto, di quel grigiastro che viene ai biondi’, ma distinto e ‘piuttosto alto’. Carolina non è ancora riuscita a smettere: per questo Giorgio è lì, con ancora più determinazione, pronto a tutto, a ogni ‘sacrificio’ appunto, come recita il titolo del romanzo, pur di sottrarre la figlia a quella rovinosa dipendenza. Un inciso a questo punto s’impone: Carraro ha scandagliato con feroce ostinazione il rapporto padre-figlio, ma l’ha fatto da subito assumendo, quasi empaticamente, il punto di vista del figlio, consegnato a una condizione d’inettitudine, di destinato alla catastrofe esistenziale: basterebbe pensare a Andrea e Dario di Come fratelli (2013), per risalire sino al Paolo di Non c’è più tempo (2002). Nonostante la sua programmatica anti-letterarietà, Carraro è uno scrittore letteratissimo, in dialogo costante con la tradizione: sicché non si fatica nel constatare che questo suo personaggio-figlio è l’ultimo erede di quel Novecento (Pirandello, Tozzi, Svevo) che, molto tempestivamente, e fondativamente, ha eretto una sorta di monumento alla viltà di questo inetto orfano a tutto inadeguato. Con Sacrificio arriva però, non so quanto imprevista, seppure dentro una lucida continuità di sguardo, la svolta, se è vero che Carraro cambia del tutto posizione: non più in identificazione con un figlio insofferente ed edipico, risentito e candidato al fallimento, ma con un padre che investe tutto, anche la sua stessa vita, pur di salvare la propria figlia. E non convoco a caso un termine così pregnante, di ardua teologia, come quello di salvezza, andando molto più in là del fatto -per altro non di poco conto- che Giorgio si professi cattolico, lontano da Dio e deluso dalla Chiesa -è vero-, ma che Dio torna a implorare con forza per sua figlia, fino a stipulare, assediato dalla disperazione, un nuovo e faustiano patto col diavolo, l’unico che pare ascoltarlo. Carraro è sempre stato un narratore laico e senza speranza, e negli ultimi libri forse convinto, nel segno d’una antropologia quasi metafisica, che il male non è dell’uomo, ma nell’uomo: questa volta però, su un tema così commovente (e io, padre, mi sono davvero commosso, avvertendo, del romanzo, tutta la ‘straziata dolcezza’), lo sentiamo come vacillare dentro l’abisso d’una incommensurabile solitudine, proprio mentre vieppiù s’intenerisce, aprendosi a un finale dolorosissimo -che lascio al lettore- ma che vale come un grande atto di fede nei confronti della vita. Intendiamoci: Giorgio, seppure nelle vesti di padre, non è così diverso dai personaggi-figlio che abbiamo conosciuto nei romanzi di Carraro. Si deve a Giorgio in fondo -alla sua storia, alla sua cultura, ai suoi comportamenti- se Carolina è finita nel tunnel della droga. La Beat Generation e Kerouac, Jim Morrison e Lou Reed: Giorgio non s’è fatto mancare nulla delle lusinghe e dei miti, delle cattive abitudini della gioventù maledetta della sua generazione. Per dire: Heroin, la canzone di Lou Reed che è un inno all’autodistruzione -qui un vero refrain-, è stata la colonna sonora dei suoi anni non solo di formazione. Per certi aspetti tutto, anche nei momenti di disperata preghiera, come quando si rivolge alla Madonna, resta generato da una mente bruciata, che ha avuto sin troppa confidenza con l’alcool e le droghe. Sicché non stupisce per nulla il lettore il fatto che l’unico a provocarlo e a catechizzarlo -non si sa se nella realtà o in stato d’allucinazione- sia appunto il diavolo. Quel che conta qui, però, a me pare altro. Giorgio, pur nel fondo d’una sin troppo protratta abiezione, che i nuovi abiti borghesi non hanno certo estinto, resta sempre, in ogni pagina, il padre che è stato abbacinato da quell’amore assoluto, l’unico sentimento che può davvero riscattare tutta la sua vita di fallito. Impossibile non sottolinearlo, tale è la novità: degli odiati padri che, nei romanzi precedenti, hanno funestato la vita di quei personaggi-figlio, non c’è più nessuna traccia. Resta solo un padre che fa di tutto per essere un buon padre. Che Carraro abbia voluto inseguire le ragioni della bontà sin dentro questa delirante sofferenza è cosa che colpisce.

  14. R. Montanari

    Ci sono pochi scrittori, in Italia e nel mondo, di cui aspetto sempre il prossimo libro con gioia, e non me ne faccio mancare uno. Uno di questi è Andrea Carraro. Carraro è uno dei più grandi talenti narrativi che abbiamo in Italia, e io gli dico sempre che sarebbe milionario se sul suo conto corrente venisse versato un euro ogni volta che un TG o un giornale ripetono a pappagallo la sua bellissima e terribile metafora del ‘branco’. Ma a parte quel libro uscito più di vent’anni fa, ogni cosa che fa Carraro è come minimo interessante; molte sono meravigliose. Fra i suoi capolavori va ora annoverato il suo ultimo romanzo, Sacrificio, da pochi mesi in libreria. La storia è di un’originalità disarmante: un padre, disperato perché la figlia è vittima della droga, decide di starle vicino nel modo più totale e sconvolgente, entrando a sua volta nella stessa spirale e seguendo fino in fondo le conseguenze di questa scelta, pur di salvarla. Giorgio, il protagonista del romanzo, è l’opposto del genitore giudicante, di colui che tende la mano al figlio rimanendo però ben sicuro al di qua della barriera della ‘normalità’. Giorgio non esercita l’asettica empatia, che consiste (al di là della moda idiota per cui ormai questa parola è dilagata) nel dare assistenza a un sofferente senza farsi coinvolgere dal suo dolore: si getta a capofitto nella simpatia, percorre il calvario passo dopo passo a fianco della figlia, sostenendone la croce fino a prenderla completamente sulle proprie spalle. Credo che basti, vero? Eppure devo aggiungere che Andrea Carraro è anche un maestro della prosa: il suo lessico sorprendente, le sue descrizioni visionarie eppure profondamente materiche di una Roma polimorfa e affascinante non assomigliano a quelle di nessun altro. La durezza di certi passaggi arriva sempre al lettore accompagnata dall’ammirazione per il narratore; l’abilità sovrana di questa scrittura non si attorce mai in virtuosismo e la pagina rimane di una leggibilità ammaliante. E adesso sì, credo di aver detto abbastanza per invitarvi tutti a leggere SACRIFICIO, e ricredervi quando sentite dire che i grandi scrittori non ci sono o sono morti o figurati se stanno in Italia…

  15. F. La Porta – Il Messaggero

    In che misura possiamo condividere la sofferenza (estrema) di una persona che ci è cara? Questo l’interrogativo che innerva il romanzo di Andrea Carraro, Sacrificio e ne testimonia la necessità, circondati come siamo da tanta letteratura parassitaria. Giorgio, abbandonato dalla moglie, editor di una piccola casa editrice, vive con la figlia Carolina, tossica, che entra ed esce da comunità terapeutiche. Si sente un inetto, ma con un’ansia di purezza – figura sempre presente nella narrativa di Carraro – , fallito in tutto, ed è sopraffatto dal dramma della figlia, e dai propri sensi di colpa. Come può starle concretamente vicino? Mentre prega, disperato, di fronte a una edicola della Madonna, incontra un misterioso signore in tight, dall’odore sulfureo, che poi si rivela il diavolo, già apparso nella sua vita sotto vesti diverse: il personaggio di Calibano in una recita teatrale, un interlocutore in Rete, un finto padre, poi un addetto alle pompe funebri nel funerale del padre, etc. Con lui stringe un tacito patto. Se diventa un tossico, come la figlia, potrà salvarla. Di qui la sua odissea girovagando per la periferia romana, nelle piazze dello spaccio. La mappa di Roma – città perlopiù sfigurata nei suoi murales feroci – è straordinariamente meticolosa: quartiere Talenti, Salario-Parioli, Mandrione, e poi viale Jonio, via Torpignattara, via Veneto (il bar Doney), corso Trieste (il bar Paris), villa Ada, villa Borghese, villa Paganini. Un romanzo quasi ‘topografico’: come se l’autore avesse bisogno del massimo di realismo referenziale (fedeltà ai luoghi, nominati uno per uno) per poi allontanarsi dalla realtà con una storia a tinte gotiche. Viene da pensare al realismo visionario di Gogol, pure così vicino alla nostra città e alle sue strade, evocate quasi medianicamente (la Nomentana di notte, ‘affogata in un giallo zafferano’). Il gergo dei coatti è riprodotto magistralmente, come nel romanzo d’esordio di Carraro, Il branco. Lo stile è misurato, e, specie in prossimità del mistero, straordinariamente sobrio, trasparente. è a narrazione che deve parlare, mentre la scrittura non deve mettersi troppo in mezzo. Solo nei sogni e nei deliri notturni la sintassi sembra aderire a una materia così impalpabile, e così diventare più sinuosa. Solo certe parti sull’adolescenza di Giorgio appaiono più digressive, in un romanzo che sembra nascere come racconto lungo. E veniamo alla questione del patto col diavolo (un topos letterario), in parte sfuggente. Singolare diavolo, che accetta pur sempre di far guarire la figlia, anche se a prezzo del sacrificio di Giorgio. E poi al diavolo piace, come al protagonista, Lou Reed, grande poeta del nostro tempo. Come se oggi solo la poesia, l’arte potesse contenere dimensioni altre, non la religione del pur onesto, ma limitato, don Gaetano. Alla fine sembra quasi che Giorgio abbia a sua volta gabbato il diavolo! Azzardo una chiave di lettura: per Carraro ci si può salvare solo rischiando la perdizione, mettendo in gioco tutto. E non c’è alcuna garanzia. Dio e il diavolo potrebbero essere solo allucinazioni mentali. Ogni responsabilità ricade su di noi. Dunque un romanzo ‘esistenzialista’, duro ma non disperante, che sa quanto ‘amore’, ‘misericordia’, ‘dedizione’, siano parole necessarie ma terribili, da usare con discrezione.

  16. G. Vitali – Succedeoggi

    Nel nuovo romanzo di Andrea Carraro Lou Reed va a braccetto con Luis Buñuel, Stephen King con Hieronymus Bosch. Insomma, la realtà coincide con il suo contrario
    «Il male non nasce, se completamente sganciato dal bene. A meno che non ci sia un fatto patologico. Racconto anche, nelle mie storie, fatti patologici, ma mi interessa molto di più quando la normalità deraglia», afferma lo scrittore Andrea Carraro in un’intervista sul giornale “La Città” di Teramo. Nel suo nuovo romanzo Sacrificio (Castelvecchi ed., 168 pp, € 17,50, di cui ha già parlato, qui su Succedeoggi, Nicola Fano, clicca qui per leggere l’articolo), c’è una contaminazione di generi che va dal più puro realismo all’onirico; è come infilarsi nella realtà alchemica e animalesca nel Trittico delle delizie di Bosch in cui il Male – connaturato all’uomo – prende i tratti del mostruoso e dell’infernale.

    Il protagonista Giorgio, fa l’editor presso una piccola casa editrice, è separato e ha una figlia eroinomane che tenterà di salvare fino alle estreme conseguenze: «L’eroina era la sua droga. L’unica che riuscisse ad annullare per qualche ora il tormento che le si era istallato nell’anima. Qualcuno ha detto che quando si assaggia l’eroina, tutte le altre droghe si dimenticano perché l’eroina parla con l’anima!. Ed è proprio l’anima, intesa come la parte più profonda e nascosta della psiche, che Giorgio sacrificherà facendo un tacito patto con il diavolo Calibano – di memoria shakespeariana – e iniziando anche lui a bucarsi per amore – comprerà dallo spacciatore della figlia le dosi che sarebbero state destinate a lei – ma anche trasportato dal senso di colpa con la convinzione di non essere stato un buon padre. Come nel Faust di Goethe lo scienziato si affida alla magia perché gli possa essere rivelata la Verità lì dove la scienza non arriva, Giorgio si consegna al demonio – non avendo trovato risposte appaganti nella religione – non solo per cercare di salvare la figlia ma anche per indagare le cause stesse del Male, la sua origine. «Io non so dove sto andando/ Ma ci riuscirò a raggiungere il Regno se posso/ Perché io mi sento un vero uomo/ Quando mi infilo l’ago in vena (…)», canta Lou Reed mentre Giorgio si spara una dose di eroina in macchina.

    Diverse pagine del libro sono dedicate alla figura geniale e controversa dell’artista: le sue opere diventano un “inferno musicale” che si fa tormento per l’anima, proprio come in quel quadro di Bosch, dove gli strumenti musicali rappresentati sono macchine da tortura. Nel racconto, il demonio si rivela più volte a Giorgio e in diverse forme; una notte, per esempio, mentre in preda alla disperazione prega davanti a un’edicola della Madonna perché lo aiuti con la figlia, si avvicina un uomo in tight che «ha l’odore di sesso appena consumato», «di un animale in calore» che fissandolo con occhi strani, lo schernisce ripetendo che le preghiere sono inutili. Una scena dal sapore dostoevskijano quando nel finale de Il sosia il protagonista Goljadkin incrocia nel buio gli occhi scintillanti, infernali di un altro sé mentre la carrozza con i cavalli lo porta chissà dove. L’esoterico, il fantastico, come in un film di Bergman o in un racconto di Stephen King, rappresentano l’incubo, la psiche umana che diventano necessari alla narrazione realista dell’autore che si muove tra sogno e allucinazione provocati dall’uso di eroina da parte del protagonista. Infatti, il tempo narrativo del racconto si dilata in un ulteriore tempo psicologico in cui i personaggi sembrano prigionieri delle loro fragilità, insicurezze, delle loro anime sofferenti come per i personaggi nella stanza d’albergo nell’inferno di Sartre della pièce teatrale Porta chiusa dove alla fine si scoprirà che la porta dalla quale poter fuggire, era sempre stata aperta. C’è una scena in particolare che diventa rivelatrice: Giorgio è a una festa del suo vecchio amico Goffredo e ha tirato qualche striscia di cocaina; comincia a sentirsi male e ad avere delle allucinazioni vedendo gli invitati che prendono sembianze animalesche. Un’atmosfera surrealista come quella di Buñuel ne L’angelo sterminatore in cui gli ospiti della festa restano paralizzati, bloccati in casa tra orsi e pecore che gli passano davanti, senza riuscire ad andare via.

    C’è qualcosa di familiare che ritorna nella narrazione come i personaggi di Goffredo, Gigi, luoghi come il bar Paris e la periferia romana raccontati nel romanzo precedente Come fratelli (Barbera Edizioni). Anche l’utilizzo del fantastico non è cosa nuova per l’autore; penso all’ultimo capitolo dello stesso libro in cui si racconta della seduta spiritica organizzata dagli amici del defunto Dario per evocarlo dall’aldilà e a un certo punto pare davvero che si senta la sua voce riecheggiare tra le risate dei ragazzi. Anche con L’erba cattiva del 1996, ripubblicato da poco dalla casa editrice “Il seme bianco”, si stabilisce un continuum con il romanzo precedente; infatti proprio nelle ultime righe viene citato Raniero, protagonista de Il branco come a voler rimarcare il carattere unitario degli scritti di Carraro dove i temi della violenza, del bene e il male, del fallimento, della colpa, del rapporto padre-figlio si ripetono attraverso storie raccontante per mezzo di una attenta ricerca stilistica: infatti nella scrittura precisa, dettagliata e asciutta, realismo e visione si incontrano nel più lucido equilibrio.

  17. F. Coscia – Il Mattino

    La storia che racconta Andrea Carraro nel suo nuovo romanzo, Sacrificio è costruita con l’essenzialità e l’implacabilità di un exemplum morale o, se si vuole, di una parabola evangelica. Giorgio, un editore di mezza età, vive solo, separato dalla moglie che lo ha tradito con il suo analista e che lui ancora vorrebbe accanto a sé, ed è tormentato dai sensi di colpa per la tossicodipendenza della figlia Carolina, ormai sua unica ragione di vita, che è stata appena cacciata da un centro di recupero ed è andata a vivere dal padre. La decisione di Giorgio di darsi anche lui all’eroina, quasi agita inconsciamente all’inizio – per un’attrazione giovanile verso le droghe, accentuata da una ossessiva passione per Lou Reed, di cui l’uomo aveva tentato di scrivere anche una biografia, lasciata poi incompiuta – poi gradualmente sempre più consapevole, porta il padre a discendere repentinamente negli inferi della tossicomania, per essere più vicino alla figlia. Carraro è bravissimo nel descrivere il degrado progressivo di Giorgio, le sue paranoie, le allucinazioni, il suo isolamento autodistruttivo, il suo corteggiare il male (che assume anche le ambigue sembianze del Maligno), con uno stile sobrio e asciuttissimo, dal ritmo serrato – che abbiamo imparato ad apprezzare negli anni con i suoi libri precedenti – e una sofferenza trattenuta, mai esibita, illuminata perfino da qualche lampo di ironia. Il sacrificio di Giorgio – al contrario di quello di Abramo con Isacco è un sacrificio d’amore paterno, o meglio ancora, di ‘compassione’ paterna, nel senso etimologico del termine: un atto cioè compiuto per identificarsi radicalmente nel dolore dell”altro (in questo caso la figlia Carolina), per soffrire con l’altro. In tal senso ho parlato di parabola evangelica, perché di fatto Giorgio scegliendo di diventare eroinomane come la figlia, nella speranza di offrire a lei un’ancora di salvezza, solo per poterle dare la forza di affrontare la crisi di astinenza insieme, e dunque la disintossicazione, agisce ad imitazione di Cristo (seppure di un ‘povero Cristo’), che ha deciso di patire con l’uomo e per l’uomo, con l’intento di salvarlo. E tuttavia Carraro è narratore troppo avveduto per cadere nella tentazione di risolvere la rappresentazione della sofferenza di questo ‘pater doloroso’ nella sublimazione, per quanto estrema, di una purezza evangelica. Il dolore di Giorgio, così struggente, ha in sé infatti qualcosa di faustiano, nella determinazione che mostra l’uomo a dannarsi l’anima, ma anche di masochistico, come se fosse segretamente voluto, ed è inoltre uno strumento di conoscenza che ha ben poco di edificante, uno scandaglio capace di condurre a una resa dei conti finale con i propri demoni meno addomesticabili.

  18. P. Restuccia – omero.it

    Già dal titolo il nuovo romanzo di Andrea Carraro appare lontano dalle mode e abbraccia un’idea classica di letteratura. Sacrificio (Castelvecchi 2017) infatti è un concetto antico, risale ai testi biblici, risuona di un lungo percorso nella storia dell’uomo. è un archetipo. Tra i più antichi miti fondativi della nostra storia c’è il sacrificio di un figlio richiesto a un padre. E anche se ad Abramo viene concesso di salvare Isacco, quel modello del rapporto tra genitore e figlio si ripete costantemente nel nostro immaginario. Carraro è un grande scrittore e questo romanzo è una delle sue prove migliori. è un autore che non si accontenta di descrivere la realtà e non si limita a colorarla con qualche nota surreale per renderla commestibile, esplora il conflitto tra gli esseri umani. Nei suoi testi precedenti ñ romanzi, racconti e scritti poetici ñ ha mostrato la sopraffazione del gruppo sul singolo, del maschio sulla femmina, della mediocrità sul talento, ci ha fatto avvertire il respiro della morte che minaccia da vicino l’esistenza. Al centro di questa nuova storia troviamo un padre, Giorgio, e una figlia, Carolina. Li unisce una profonda tenerezza o forse soprattutto il ricordo struggente della scoperta di quel rapporto particolare che si crea quando una figlia compare nella vita di un padre. Lui che la vede bellissima come ‘un meraviglioso putto’, lei da piccina che si dispera quando si rende conto che anche il padre dovrà morire ‘quando sarà vecchierello vecchierello’, nel necessario prologo di tutta la vicenda. L’infanzia e l’adolescenza di Carolina passano in un lampo e quello che ci appare di fronte è un Giorgio di mezza età che riporta a casa la figlia da una comunità di recupero per tossicodipendenti. è l’occasione per cominciare un’analisi dolente di quello che è accaduto nella loro vita, ma anche di immaginare una via per evitare che la situazione peggiori. Una via? Diciamo meglio: qualunque via possibile per salvare Carolina. La scrittura è sempre rigorosa, mai forzata, realistica ma non banale, talvolta arricchita da veloci frasi dialettali nei discorsi diretti dei personaggi, in una tessitura che porta il lettore con facilità nella storia e nelle esistenze dei protagonisti. Sarà difficile dimenticarsi di Giorgio e Carolina. A punteggiare la riflessione inesausta di Giorgio ci sono i versi delle canzoni di quegli strani personaggi che sono i poeti del rock, che nel testo di Carraro perdono finalmente le etichette del mercato discografico o culturale e diventano semplicemente degli autori di parole poetiche che si sono insediate nelle nostre vite e almeno in parte ne hanno perfino dettato lo svolgimento. Sacrificio è anche un romanzo sulle colpe dei figli che richiamano le colpe dei padri, entrambi nella loro terribile innocenza. Malgrado Carolina voglia amare il padre, non riesce a smettere di drogarsi; malgrado Giorgio da giovane volesse solo una vita piena, non ha potuto evitare di respirare l’atmosfera culturale della propria giovinezza in cui lo sballo era una regola, non l’eccezione. è colpa sua se Carolina a sei anni ha trovato a casa un panetto di hascisc e se Heroin di Lou Reed risuona nella loro vita. O forse non è colpa di nessuno, sono le cose che accadono, ma Giorgio non riesce a perdonarselo. Una parte della storia ci fa conoscere il percorso di Giorgio dai tempi delle amicizie giovanili fino a oggi che lavora in una piccola casa editrice romana. E qui le descrizioni sono esattissime, sia quelle degli amici cresciuti ma viziati da un’immaturità inestinguibile, sia quelle della vita di redazione. Un’altra parte ci fa osservare da vicino il mondo degli spacciatori. E qui risalta il Carraro reporter che sa raccontare la cronaca. Un’altra parte ancora narra della ricerca di una possibile risposta religiosa, di un Dio lontanissimo e reso ancora più incomprensibile da preti incapaci. E qui l’apparente semplicità dei dialoghi raggiunge vere profondità. Un’ultima sotto trama mescola il realismo con il fantastico o l’onirico quando Giorgio incontra quello che di Dio è l’avversario, lui sì capace di essere vicinissimo nelle occasioni importanti della vita, il diavolo con i suoi effetti speciali, che quando se ne va ‘viene inghiottito dalla tenebra che ha ormai avvolto ogni cosa’. Carraro sembra dire che l’unica risposta al silenzio di Dio e alle tragedie che incombono sulle nostre vite sia l’amore assoluto fino al sacrificio. Un sacrificio che dopo millenni è del tutto speculare a quello richiesto ad Abramo, non il figlio per il padre, ma il padre per la figlia. Non credo che si tratti di un messaggio disperato, lo sento piuttosto come un appello verso una società distratta dalla propria indifferenza: solo se hai qualcosa per cui morire, hai anche qualcosa per cui vivere.

  19. P. Del Colle – Facebook

    So che ne hanno giustamente già scritto, aggiungo queste mie poche riflessioni per invitare caldamente a leggere ‘Sacrificio’ di Andrea Carraro, un gran bel libro. Dio e il diavolo; si può dire l’archetipo della narrazione? I poli tra cui si muove per giustificarsi e in questa ricerca senza fine affermare se stessa? La domanda che non ha risposte, la parola lacerata dal dubbio e la realizzazione di ciò che le parole chiedono. Due parallele che Carraro tiene aperte sino alla fine, perché soluzione è ovvio non ci sia; ‘Sacrificio’ porta al culmine la compassione umana, ma non può e non vuole perdonare niente e nessuno, è piuttosto un abbandonarsi a un possibile perdono Il diavolo e Dio concorrono ugualmente al racconto, anche se solo il primo rispetta gli impegni che le parole stabiliscono, perché il secondo lascia che le domande restino tali: con Dio non ci capiamo da tempo, le nostre parole da Adamo a Caino sono un nascondersi maldestro. Il protagonista di Sacrificio lo sperimenta sulla propria pelle, senza accostamenti blasfemi è il finale di Heroin, colonna sonora del libro: and I guess that I just don’t know: forse è l’unico modo per non essere se stessi, i propri ricordi le proprie ossessioni la propria vita che non trova nemmeno veri rimpianti, vie non percorse. Notava Caterini l’uso particolare della terza persona che di fatto si apre a registri diversi, a scarti narrativi, allontanando e avvicinando il personaggio: se le interrogazioni a Dio sono inevitabilmente senza risposte, lasciate alla coscienza del personaggio, il diavolo è assai più funzionale. Il diavolo fa delle circostanze, degli accidenti, di memorie forse vere forse no, delle cause, insomma sorregge una trama che c’è e non c’è: è la tentazione del narratore prima che del protagonista. Che si possa trasmettere il messaggio di Heroin segnando il destino di una bimba di 5 anni è lo stesso dato visionario che regge ad esempio l’ereditarietà in Zola, il dover ricorrere all’eccezione per confermare una regola, che la vita che si ripete monotona, si possa spiegare con il gesto istantaneo, che non sa di dover essere sempre uguale. Fedele alla sua indagine di personaggi costantemente depressi, avviluppati in un male che non si sa mai abbiano scelto o sia stato loro imposto, Carraro scrive un romanzo complesso, che si interroga sulla verità dello scrivere Va detto che inserito nell’ambigua categoria del ‘realismo’ (ma quale autore non si dichiarerebbe tale, aggiungendo: ma della realtà vera, però) ha scontato sin troppo questa ‘limitazione’, quasi ‘cittadina’, o marginale, come vi fosse un centro che da cui misurare la circonferenza della realtà. Invece quello che conta è il punto, il centro. Comunque quello di Carraro è un realismo che non ha mai questa ingenuità perché non c’è mai una causa che determina l’azione, la causa viene dopo, si forma nella mente del protagonista, ma nel momento dell’agire questo è cieco, imprevedibile. Sembra abbia evitato il tema centrale del romanzo: il padre che per salvare la figlia tossicodipendente accetta di entrare nel suo stesso tunnel, in pagine dove la visione assume un carattere cinematografico anche per rimarcare una volgarità di fondo, l’assenza di sentimenti, un esistere puramente superficiale, forse neppure più ipocrita e che solo il senso di colpa, il vuoto del personaggio, impediscono diventi l’unico spettacolo possibile, lasciando uno spiraglio in cui il presente non è la realtà, ma una promessa, una nemesi, insomma una dialettica mai chiusa. Ma il gesto compiuto è giusto? è una soluzione? La compassione che giunge a voler provare il dolore degli altri e non solo soffrirne? l’atto di compassione, un gratuito muoversi per aiutare, non diventa un perdono, ma un estremo (letteralmente) diventare altro da sé, da quello che si è, come annullasse la propria storia fino a non voler sapere più niente ( and I guess that I just don’t know) unico destino preannunciato del libro. E se cambiare vita degli altri fosse nel nostro scomparire? Se vi fosse sempre una colpa , un troppo di amore, di egoismo di cecità nel guardare gli altri o sostenerne lo sguardo? a ben vedere sono più interrogativi che risposte, come nei libri che meritano essere letti.

  20. R. De Marco – Libroguerriero

    Andrea Carraro ha sempre coniugato, nelle sue opere, la volontà e il piacere di narrare storie coinvolgenti, dure, appassionanti, senza mai perdere di vista la responsabilità del dover raccontare la realtà. Lo fa anche nel suo nuovo romanzo SACRIFICIO (Castelvecchi editore) dove affronta un tema doloroso e impegnativo, quello dell’amore sofferto di un padre, per una figlia tossicodipendente. Può sembrare eccessivo, nei primi capitoli, il racconto di quell’affetto sconfinato, narrato attraverso gesti quotidiani di tenerezza e apprensione del neo genitore. Il legame padre-figlia viene descritto come un sentimento superiore a ogni altra forma di amore che un uomo possa mai provare, tanto da assumere i tratti di una vera e propria condanna biologica. Ma la descrizione di quella sensazione di smarrimento lieve, di adorazione totale per quella bambina, per quella figlia, ha una precisa logica nella evoluzione di una storia dove l’amore coniugale e quello dell’amicizia, vengono rappresentati dal loro apice fino a una fase terminale, incancrenita, brutalmente realistica. Il primo assunto del romanzo, quindi, è che l’unico amore possibile, incorruttibile, totale, che si possa provare nella vita, è quello per i propri figli, proprio perché non è macchiato da alcuna volontà di possesso, necessità di condivisione, paura di solitudine. C’è poi il protagonista, Giorgio, intellettuale tra i cinquanta e i sessant’anni. Fra le righe della sua vita si leggono le conseguenze del fallimento di più generazioni, di un pensiero politico e di un orientamento culturale portatore solo di un vuoto pneumatico che osserva in maniera impotente il disfacimento generale che circonda la società attuale. Ma forse, quel disfacimento è la proiezione della propria delusione, della consapevolezza di aver sbagliato tutto e del non essere stati in grado di costruire qualcosa di nuovo, di migliore. La anacronistica e quasi patologica idolatria nei confronti della rock star maledetta Lou Reed, profeta, negli anni 70, dell’uso libero delle droghe pesanti, stona con le giacche di tweed di Giorgio, con la sua condotta borghese e la sua collocazione sociale. è un simbolo della contraddizione che alberga nella vita, nell’anima di quest’uomo, sospeso fra a necessità di abbeverarsi alla fontana della fede cattolica e il disprezzo di tutto ciò che la chiesa rappresenta. è un uomo solo e disperato Giorgio, un uomo che ha fallito in tutto. L’amore per sua figlia rappresenta ciò che di buono, di puro, di assoluto, resta nella sua vita. Ed è a questa visione di se stesso che Giorgio decide di sacrificare tutto, pur di salvarla. Carraro racconta questo sacrificio attingendo alla tradizione letteraria di Dostoevskij e Thomas Mann, attualizzando l’incontro del suo protagonista con il diavolo e la successiva discesa all’inferno del protagonista, in magistrali sequenze nelle quali il delirio, il sogno e la realtà si fondono senza mai distaccare il lettore dalla potente sensazione di una narrazione del reale. SACRIFICIO è un romanzo bellissimo, spietato e commovente. Un’altra magistrale opera di uno dei più grandi autori contemporanei italiani.

  21. A. Caterini – Il Giornale

    C’è qualcosa che accomuna ogni romanzo di Andrea Carraro fin dall’esordio di A denti stretti (1990) e su fino a La religione del più forte (1999), Non c’è più tempo (2002) e Il sorcio (2007). Ho citato i romanzi narrati in prima persona, tralasciando quelli in terza, come il suo più celebre, Il branco (1994), perché è in questi che lo sguardo dello scrittore sembra stringere quel grumo che è la sua materia narrativa. Il personaggio narrante è sempre un uomo malato di depressione, ossessivo, che guarda con sprezzo e compiacimento alla propria condizione, che rinnega e odia il padre, salvo accorgersi un momento dopo che innegabilmente gli somiglia. Un uomo che, pur avendo coscienza del proprio male, non riesce mai a liberarsi di se stesso. In questo suo nuovo romanzo, Sacrificio, Carraro dà vita a un personaggio di nome Giorgio. Ma la terza persona che usa per raccontarlo è solo il nascondimento di una prima persona. E lo si intuisce da certi intercalari o esclamativi che il narratore si prende la libertà di usare, come fosse la voce stessa del suo personaggio, come se il personaggio, alle volte, non riuscisse a fare a meno di intromettersi, o volesse riprendere il controllo di sé, svincolarsi da quel mediatore. Ma la scelta della terza persona nasconde qualcosa di meno esplicito, di più profondo. Se è vero che la storia dei romanzi di Carraro è la storia di un solo personaggio che si ripete, neppure Giorgio è dissimile nel carattere, nella coscienza della propria malattia, dai personaggi narranti che lo hanno preceduto. Eppure qui il centro, l’oggetto delle sue preoccupazioni non è lui, ma sua figlia, Carolina, che dopo la separazione dei genitori, imbocca la strada dell’eroina. Giorgio, che non sa, come chiunque al posto suo, come aiutarla, compie il gesto d’amore più estremo e folle: drogarsi anche lui. Solo così, tentando di identificarsi col dolore di Carolina (espiando il proprio senso di colpa), col suo vizio, con la sua malattia, crede di poterla salvare. Quello che generalmente Carraro racconta, non è la realtà. Il suo è piuttosto un naturalismo filtrato dal cinema. Stavolta però, allontanandosi da sé, facendo compiere a Giorgio quell’atto misericordioso e assurdo (del resto la misericordia è qualcosa che si pone fuori dall’ordine della ragione), è riuscito a scrivere il suo libro più doloroso, più vero, più reale, ma non realistico: visionario.

  22. V. Mazzaccaro – SoloLibri.net

    ‘Sacrificio’ di Andrea Carraro è un romanzo piacevolmente scisso: riesce a dare corpo e sostanza al ricordo di Giorgio da giovane, quando il quartiere dove abitava a Roma, Talenti, veniva classificato con molta disinvoltura come di destra, ma anche a dar conto del quartiere nel nuovo millennio, quando viene classificato come quartiere benestante, giacché le istanze politiche sono andate tutte in soffitta. Giorgio è un direttore editoriale, guadagna il giusto, non ama particolarmente attorniarsi di intellettuali perché li percepisce aridi, egocentrici, concentrati sul loro pezzo da scrivere. Non li chiama ‘automi’, forse per rispetto nei confronti di Alberto Moravia o forse perché ad Andrea Carraro non è venuto in mente. Sposato con la borghese Giulia, con cui è separato da circa tre anni, Giorgio non nasconde che loro due hanno vissuto insieme ‘certi momenti’; sicuramente la nascita di Carolina è stato il giorno più bello del loro matrimonio. Carolina, bimba paciocca: sempre allegra, la gioia di papà Giorgio che però quasi non crede si meriti tanto giubilo, essendo lui un uomo così così, intellettuale ma non troppo, ricco ma non milionario, sposato ma non proprio sessualmente realizzato, ateo con barlumi di religiosità nei momenti di noia o di dramma. Carolina è la sua fede in vita ma, da quando ha compiuto sedici anni, la ragazza è cambiata: esce, fa tardi, torna stravolta, beve troppo, soprattutto conosce la droga per eccellenza, la maledetta eroina. Se all’inizio, ancora bambina, cerca di gestirne l’utilizzo poi ci casca sempre più, fino alle estreme conseguenze. Giorgio si arrovella sul perché non sia riuscito a cogliere i prodromi dell’intossicazione; la verità è che ormai le sembra un’altra, non è più la sua Carolina, come Giulia non è più sua moglie. Giorgio è un personaggio shakespeariano, un involontario Macbeth: le sue mani odorano di sangue ma dovete leggere ‘Sacrificio’, questo bellissimo libro, per capire la primigenia colpevolezza dell’uomo. Noi possiamo solo dire che tra la musica ascoltata da Giorgio ci sono i Velvet Underground & Nico con Heroin. A parte le droghe, essenziali nel plot di questo romanzo, gli altri temi non sono da meno: il fallimento del matrimonio quando l’ex moglie Giulia è ancora bella, desiderabile, una donna lontanissima dalle Madri Coraggio di Napoli; la caduta morale degli intellettuali che pensano solo a piazzare un successo in classifica fregandosene di quello che hanno creduto in passato. Giorgio è un uomo vinto. Una sorpresa questo ‘Sacrificio’ di Andrea Carraro, pubblicato in questa estate minacciosa e infinita: un libro bello, scritto bene, perché l’autore lavora su più registri narrativi. Un libro che va letto assolutamente: è stato scritto con ‘Sacrificio’.

  23. N. Fano – Succede Oggi

    Il nuovo romanzo di Andrea Carraro (Sacrificio, Calstelvecchi, 170 pagine, 17,5 euro) è – per chi scrive – il suo più bello, più ancora di Come fratelli (il suo più recente, prima di questo) che pure era stato salutato giustamente come il suo più coinvolgente. La verità è che questa classifica non ha molto senso: i romanzi di Carraro accompagnano il tempo e come tali, ogni volta che arrivano a materializzarsi sulla pagina, è come se fossero pura realtà inverata. Ciò che avevamo bisogno di leggere. Tuttavia, Sacrificio mostra davvero qualcosa di nuovo, nella parabola di questo autore. Per due ragioni che qui cercherò di spiegare.

    Innanzi tutto, conosciamo (e apprezziamo) Andrea Carraro come uno dei maestri del nuovo realismo. È nota (anche ai lettori di Succedeoggi) la sua tenace filosofia del vero: la letteratura deve solo aprire gli occhi, poiché tutto è lì davanti a noi in attesa di essere raccontato. E lo scrittore, per Carraro, è proprio colui cui spetta il compito (gravoso) di cogliere dalla realtà la metafora; ma mai travisandola (la realtà, dico). Ebbene, qui ci troviamo sorprendentemente di fronte a una storia nella quale l’aspetto visionario (il non-realismo, per dirlo con la parola giusta) ha un suo peso specifico. E questa è una scelta davvero inattesa. Eppure felice. Quasi inevitabile.

    Vediamo. Sacrificio racconta la storia di Giorgio e Carolina. Carolina è una ventenne insicura che è andata a cercare la propria identità nell’eroina. Quando capisce che la strada non è quella giusta (non è quella che davvero corrisponde alla sua identità), cerca di uscirne. E sarà difficilissimo, perché la realtà va dove vuole, non dove vorrebbe essere condotta da noi individui. Giorgio è suo padre. Ed è un uomo analogamente irrisolto, che da ragazzo è andato a inseguire miti sbagliati senza venirne fuori mai del tutto (Lou Reed, lungamente citato, in questo percorso di autoanalisi ha un rilievo notevole). Scrive, lavora in una casa editrice, è cattolico, prega ed è disposto a tutto pur di salvare la figlia dall’eroina. Per la semplice ragione che la sua vita – altrimenti del tutto fallimentare – ha senso solo nella paternità: risolvere se stesso come padre è l’unico modo per darsi un’identità non dico “vincente” (non si tratta di vincere o di perdere) ma almeno sensata. Tutto, pur di salvare Carolina; tutto pur di essere padre. Almeno padre! Questa è la filosofia finale di Giorgio, quella che lo porta a trasformarsi in un Faust d’oggi che vende l’anima al diavolo per salvare sua figlia e – per suo tramite – se stesso. E qui veniamo al non-realismo di cui si diceva: Giorgio parla con la Madonna ma lei non gli risponde. Parla con i preti che gli dicono cose banali. Cerca di parlare con Dio ma ne ha paura. L’unico che gli risponda è proprio il diavolo che un po’ lo sbeffeggia, un po’ lo guida, un po’ lo sfida. E gli viene incontro continuamente.

    Carraro – da sano scrittore realista – riporta fedelmente questi dialoghi assurdi come fossero veri. Forse sono visioni di un uomo disperato; forse sono allucinazioni di un drogato; forse sono sogni di un ubriaco. Fatto sta che la realtà delle cose tra Giorgio e Carolina coincide maledettamente con i paesaggi dipinti da queste visioni: Faust salva la sua Margherita e Mefistofele se ne torna all’inferno contento e con la sua preda. Proprio Goethe, del resto – che credo Carraro abbia tenuto presente, qui – fa coincidere, nel finale della sua opera magna, il sacrificio di Faust con la sua salvazione presso Dio. Il quale accetta il suo patto con Mefistofele in quanto sottoscritto “a fin di bene”. Tra parentesi: tutto al rovescio di Marlowe, autore che curiosamente avevo sempre creduto Carraro avrebbe potuto sentire più affine.

    E fin qui la questione delle visioni, del non-realismo.

    C’è poi un’altra grande questione sollevata in Sacrificio. Gli scrittori italiani nati negli anni Cinquanta del secolo scorso hanno dovuto compiere uno sforzo enorme per completare un percorso umano e letterario che alle generazioni precedenti era venuto molto più facile (e che le generazioni successive non faranno, con ogni probabilità). Si tratta del percorso che conduce il punto di vista interno ai propri romanzi dalla condizione di figlio a quella di padre. Accettare il padre che – inevitabilmente – dopo l’età della formazione è in ognuno di noi, è uno sforzo diventato titanico. Tanto più oggi: un tempo in cui si scrivono solo romanzi di formazione (anche perché si vivono solo, sempre, drammaticamente, vite di formazione, perenni giovinezze). Ebbene, Sacrificio completa questo percorso in Andrea Carraro (pensate a L’amico d’infanzia di Sandro Onofri o Caos calmo di Sandro Veronesi, due romanzi ai quali mi sento di accomunare questo nuovo di Carraro, come a formare una formidabile trilogia dei padri). Giorgio – come si diceva – ha bisogno di trovare se stesso in quanto padre. L’autore ci racconta anche la sua adolescenza, è vero, così come il personaggio completa il cammino iniziatico del suo “sacrificio” in una sorta di festa per vecchi adolescenti a base di alcol e cocaina, allusioni sessuali e altre idiozie del genere; ma nelle ultime pagine del romanzo Giorgio è solo un buon padre, un uomo che conduce per mano nella vita sua figlia.

    Ecco: nella chiarezza di questa immagine ho trovato il tratto più bello e coinvolgente del nuovo romanzo di Andrea Carraro. Perché è difficile ammettere di essere padri, oggi (si tende a essere fratelli maggiori dei propri figli, proprio come ha fatto Giorgio con Carolina); ancora di più è difficile ammettere di essere stati cattivi padri. O solo padri sbagliati, come appunto Giorgio. Non c’è letteratura che tenga, non c’è successo professionale, né tumulto amoroso, né dialogo con Dio (o con il diavolo) che tenga di fronte a questa condanna: che al volgere della vita adulta siamo irrimediabilmente padri. Ed è lì che si giocano il nostro destino e la nostra considerazione di noi stessi.

    Ora, non voglio rivelare il finale del romanzo, ma questo ragionamento su Sacrificio non può concludersi senza annotare che la concessione alla visionarietà da parte di Carraro non ha compromesso il suo realistico, tenace pessimismo sulla società in cui viviamo. Salvo che qui, nella parabola di Giorgio e Carolina, esso oltrepassa i fatti e raggiunge una sorta di valore assoluto: lo scrittore non si limita più al racconto fedele di un mondo brutto ma annota con precisione la fatica di vivere. Ovunque si viva.

  24. D. Matronola – Leggendaria

    Molti hanno già scritto su questo romanzo. Spesso citando Abramo e Isacco ma in senso rovesciato, visto che qui l’immolazione assurda riguarda il padre e non il figlio. Spesso individuando in questa sorta di parabola metropolitana un mirabile exemplum annidato nel palinsesto della storia. Spesso sottolineando la capacità da reporter di Andrea Carraro di immergerci nel mondo e nel gergo, cioè nel degrado quotidiano senza remissione, della droga e dello spaccio, in cui pure Carraro riesce a insinuare non il bene ma la pietà, a inalberare non il perdono ma la compassione. Mi pare che intanto ci sia da registrare l’ardita variazione del modello abramitico su due piani: come detto il sacrificio spetta al padre e non al figlio, però qui si tratta non di un figlio, ma di una figlia, l’angelica Carolina caduta nell’inferno dell’eroina. Non è una piccola differenza. Il rapporto che lega padre e figlia è struggente e integrale, e si instaura in assenza di madre. La madre esiste, ma è latitante. Peggio che morta. Il padre allora si fa anche madre, diventa (direbbe un amico che l’ha attuato) mammo. La sua ‘mammificazione’, dopo scarsa esitazione e resistenza irrisoria, si fa totale. Senza rivelare nulla, il padre fatto madre diventa l’alleato integrale di sua figlia. Ma non è abbastanza. Questo padre-e-madre capisce che l’occasione va percorsa tutta: nella congiuntura grave in cui viene a trovarsi, egli può riallacciarsi a un suo io ormai superato, ora malauguratamente ripescato. Da qui alla trasformazione radicale, il passo è zero. E voi stessi leggendo capirete cosa intendo. Ma ciò che davvero ho qui registrato è una intelligenza speculativa della realtà che a lettura ultimata appare in tutta la sua importanza perché la ricapitolazione di una serie di passaggi dà conto della profondità di riflessione sulla nostra condizione, cioè sul nostro essere umani, seppure in situazione estrema. Questo padre-e-madre è un uomo in rivolta: la sua risposta all’assurdo corrente e personale è una scelta paradossale. Non opporsi, non protestare, non lamentarsi. Ma accettare, assecondare, sposare. La sua, per parafrasare sempre Camus, è una rivolta metafisica. Non è una protesta. è una discussione in radice. Una discussione fondante che ha spesso come interlocutore esogeno il Maligno in Persona, tipicamente dotato di qualità camaleontiche, e lingua tagliente, ambigua, sofistica. Qua e là, durante il pendolarismo del protagonista tra una devozione disperante e il rifugio nella speranza in un qualche patto diabolico, si allude anche alla scrittura automatica, alla scrittura medianica. Allora sarà anche vero, come già si è scritto, che il grande vate del ‘sacrificio’ lucidamente raccontato qui da Andrea Carraro sia Lou Reed, il rocker maudit, con i suoi versi allucinati di ‘cantore degli abissi della droga’, ma a me pare proprio che per questa via Carraro si ricongiunga alle illuminazioni del Rimbaud veggente, e trovi sponda teorica proprio nella rivolta umana sotto le diverse forme vagheggiate da Camus, riconoscendo l’assurdo come assunto di fondo e la ‘rivolta acquiescente’ come paradossale risposta ad esso. In coda aggiungo che questo romanzo ha una fine, l’esito della vicenda principale, e un finale, il frutto insperato della chiusura dei conti. E non è poco. EN PLUS… – SACRIFICIO è un romanzo-romanzo che tuttavia ha un robusto cuore filosofico in cui il realismo si intreccia con una dimensione visionaria generando una tessitura narrativa che, a ben guardare, è una sorta di registrazione di un diario interiore. Così trova giustificazione ad esempio l’assoluta naturalezza con cui si affaccia il diavolo in cane e ossa, e con lui il protagonista con altrettanta naturalezza si trova a dialogare temibilmente, esattamente come si trova spesso a pronunciare (sommessamente a volte, a volte facendolo a voce alta) preghiere accorate alla Madonna [che a ben guardare, di nuovo, è emblema proprio della figura, nella vicenda di Giorgio e Carolina assente, della madre]. Dunque, SACRIFICIO è un romanzo il cui autore si professa REALISTA, un romanzo CHE VUOLE APPARTENERE al REALISMO, ma che discute e mette in crisi il realismo nel romanzo, o meglio il romanzo realista. perché la scrittura qui impone con prepotenza un’altra dimensione, molte altre dimensioni che quadrano se si fa appello al vero motore narrativo di questo romanzo: il mondo interiore. Il valore, l’agire, dell’interiorità, oltre ad avere una grande potenza INCLUSIVA (che chiama dentro anche i testi di Lou Reed, il maledettismo, la pietas – che sia popolare o utilitaristica), ci conduce anche alle INTERMITTENZE DELLA INTERIORITà (parafrasando Proust) – e questo giustifica anche, alla lettera, per esempio, nel PROLOGO, all’ultima riga, la presenza di una parola fuori registro rispetto al resto del testo, LE COLTRI (invece del più comune o medie LE COPERTE), termine che suona come una spia del mondo interiore del protagonista. Dunque, contemplando la superficie del romanzo, grazie a questi sparsi e incisivi GANCI di cui esso disseminato, ci sentiamo autorizzati a rovesciarne il senso, e, abbandonato il restrittivo REALISMO, scopriamo il suo INTERIORISMO.

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