Non c’è più tempo

Paolo lavora in banca, ha un figlio e una moglie bellissima, Rosa. Insospettito dalle sue ripetute riunioni fuori orario e dagli impegni crescenti, decide un giorno di seguirla. E scopre ciò che non avrebbe voluto. Il tradimento è ormai sotto i suoi occhi. Ben presto la rabbia lo fa scoppiare, e con lui la sua famiglia, il suo amore, la sua vita. Il resto è una rapida, incessante caduta. L’esaurimento nervoso avanza inesorabile, lentamente smette di andare al lavoro, salta le visite del medico legale, si tempesta di antidepressivi e antispastici, sembra ingaggiare la propria battalia contro se stesso. Una lotta in declino. E il declino deve essere scuro e profondo per dirsi definitivo.

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Recensioni

  1. S. De Marco – Facebook

    La crisi coniugale, consumata stadio dopo stadio, vista non più dalla parte di lei, come ne ‘I Giorni dell’abbandonò della Ferrante, ma osservando lo stato di sofferenza di un lui, Paolo. Ma il dolore del marito abbandonato, riflesso su quello della moglie della Ferrante, risulta qui ancora più tormentato e disperato: è lui che lascia la casa; Paolo si sfinisce senza pagare colpe, perché colpe non ha se non quella di non essere riuscito a sciogliere i grumi che il rapporto irrisolto con il padre gli ha calcinato nell’animo gettandolo in una depressione dei cui effetti risente pesantemente un matrimonio anch’esso colloidale, dove la moglie non soccorre il marito, né vuole farlo, mentre corre verso suffraganti e disappaganti derive adulterine. Inizia così il suo percorso tra i gironi infernali. Pedina la gente per strada, spia le coppie che si appartano nei prati, insegue le storie altrui, per rubare il sapore di un calore perduto, alla ricerca di un’intimità che gli è stata sottratta. L’unica scintilla d’amore ricambiato è quella per il figlio Luca, undicenne, che soffre per la separazione dei genitori. Ma il precario lieto fine di questo romanzo è qui conferma dell’infelicità sociale e anche sigillo di una misteriosa purificazione: il protagonista piange mentre fa il morto a galla, ‘però basta immergere la testa e le lacrime spariscono’. Questo mutamento di condizione sociale non ha nessun carattere liberatorio: Paolo non è quel pirandelliano Vitangelo Mostarda (uno, nessuno, centomila) che aveva trovato l’unica traduzione possibile della felicità. Questo di Carraro è un romanzo lucido e implacabile che non rinuncia a metterci di fronte allo specchio dei nostri peggiori sentimenti. ‘Non c’è più tempo’ è l’itinerario di un uomo verso l’abisso e l’annientamento. La storia di una depressione che a mano a mano invade una vita normale, la stravolge e la devasta. Attribuire alla ‘malattia’ la deriva del protagonista del romanzo è piuttosto semplificatorio e sbagliato: è invece la traumatica rottura delle regole sociali, è una sofferenza antica, è il rifiuto profondo che ha incontrato fin da piccolo a produrre necessariamente un’esplosione sorda in una vita mediocre scandita da lavoro in banca, moglie, figlio, appartamento borghese e malessere irrisolto. Un padre violento e volgare, una madre incapace di ribellarsi, rappresentano il suo passato che dalla morte paterna ritorna a incrinare quella precaria stabilità che il protagonista credeva di avere raggiunto. Scopre anche il tradimento della moglie e lo affronta nel modo peggiore, torturato ormai da una depressione che gli farà perdere il lavoro conducendolo a vivere per strada elemosinando. Ormai ogni tentativo di recuperare una parvenza di normalità sembra naufragare e l’unico gesto ‘coraggioso’ è per questo uomo andare al cimitero sulla tomba di quel padre disprezzato. Paolo, raccolto dalla strada dalla moglie impietosita, ritorna a casa, ma è del tutto incapace di recuperare un equilibrio che si è definitivamente spezzato, nonostante il figlio rappresenti un elemento di consolazione e un aggancio alla realtà. La solitudine e la mancanza d’amore di una intera vita sono forse la vera malattia di cui soffre il protagonista, le aggressioni di un’esistenza sventurata rappresentano la conclusione amara di un itinerario disperato. Non vanno di moda, in questi anni, i romanzi opachi e scabri. Storie di grigie esistenze che corrono incontro al proprio destino. Eppure dentro c’è la cifra vera del nostro tempo, l’anonimato, la disperazione della gente, la rassegnazione, contro le immagini di vita colorata e fasulla che, invece, ci propinano i media. In questo romanzo la vita di Paolo, cambia con la morte del padre, questa figura ingombrante, di cui ha sempre odiato la teatrale superbia e il suo egoismo straripante. Un padre che, a suo tempo, ha dichiarato al figlio appena adolescente, la sua nausea per l’istituto della famiglia, in contrasto con le sue velleità di scrittore fallito. Il libro di Carraro non ha enfasi: si tratta del tema dell’esistenza come male di vivere e colpa, raccontato attraverso una cronaca minore fatta di dettagli. Piccole epifanie che rivelano la progressiva perdita d’identità del personaggio. Non poterne più è il fardello di Paolo. E così, non fa più l’amore con la moglie, spende inutilmente tempo e denaro dallo psicoanalista, non sopporta il proprio lavoro. Rosa, la moglie, lo tradisce. Anche lei, a suo modo, non ne può più. Il lavoro di Paolo va a rotoli: ha chiesto dei permessi, poi un’aspettativa. Arriva un giorno, della vita, in cui tutto pare inutile, irrilevante, di fronte a quella spina che è la vita stessa. Dopo un crudele chiarimento con Rosa, Paolo abbandona la famiglia; va a vivere in un piccolo appartamento, poi in una baracca al limite estremo di Roma, vicino a un campo nomadi. C’è, nel personaggio, il crollo del mito della felicità, cui spesso ci si attacca per vivere; gli resta un rovescio di vita, dove tutto pare segnato, sino alla fine. Per campare, chiede l’elemosina per strada: sbarazzatosi della vecchia esistenza, s’è creato un doppio, che nasce dallo shock del tradimento di Rosa. Carraro mescola al filo della storia i residui del passato del protagonista, sotto forma di ricordi e fantasticherie d’infanzia, vecchi sogni, stupori di fronte al mondo che si apre all’esperienza di Paolo bambino. Barlumi che lo aiutano, forse, a non morire come il padre. Lasciarsi andare, ma, nonostante tutto, sopravvivere: è, nella storia di Carraro, la condizione simbolica del vuoto con cui, dimesse le resistenze, ci possiamo trovare a fare i conti ogni giorno. Di un mondo che scorre vuoto ed insensato, del frantumarsi delle esperienze quotidiane e dello slabbrarsi delle esistenze in una sorda e cieca continuità, la letteratura e il cinema hanno dato molteplici immagini, giungendo a svuotare se stesse, a cercare una assoluta neutralità, oppure più spesso proiettandosi in un autocompiaciuto riflesso, in un gioco di specchi, in un paradossale narcisismo della violenza e della disgregazione. Gran parte delle forme artistiche attuali sono segnate da una retorica dello sfacelo, da una spinta a guardare alla negatività e alla violenza del mondo estraendone scintille, esaltandone lo shock, facendone spettacolo. Magari con la pretesa di smascherare le contraddizioni della realtà, vantando propositi realistici o critici di denuncia del male di cui sono intrise le nostre società, con disinvolta aggressività, ci vengono continuamente proposte rappresentazioni della negatività quotidiana che finiscono per amplificarla e potenziarla, per erigerla a modello: trasformano il vuoto in effetto e in rumore, trovano una singolare e distorta beatitudine nel nominare il male e le sue varie infinite forme e combinazioni possibili, nel puntare l’occhio indiscreto sulle vergogne della nostra vita e del nostro mondo. Televisione e pubblicità sono i modelli determinanti di questa tendenza alla violazione spettacolare, alla sempre più diffusa e banale proiezione del negativo quotidiano in materiale di consumo che vive per riflettersi su se stesso e risuonare sulla scena collettiva. L’autore del romanzo invece sa guardare al degradarsi della vita senza nessun esito spettacolare, senza confondersi in nessun modo con le invadenti trame narcisistiche. Il cadere sempre più in basso di Paolo è legato ad un blocco della comunicazione con gli altri e con il mondo, ad un disperato senso di estraneità e di colpa: la morte del padre e la scoperta del tradimento della moglie fanno crollare in Paolo quell’illusione di superiorità intellettuale, quella disposizione a guardare gli altri dall’alto, a distinguersi dalla vanità del mondo, che è la molla che tiene in equilibrio tanti individui nelle nostre società: tutto questo crolla, e Paolo avverte di essere come crede che siano gli altri, sente frantumarsi la sua maschera intellettuale e razionale, scopre la propria viltà, la propria abitudine a vivere nel riflesso degli altri, in un intreccio di rapporti illusori e meschini. La sua esistenza si svolgerà allora sempre più in una costrizione a guardare la vita degli altri: questo guardare di Paolo è uno scrutare il valore e contemporaneamente l’insensatezza della vita normale, che sente sfuggire da se stesso, che si vede sottratta, nel suo bene e nel suo male; prova insieme una sorta di pietà, quasi di venerazione per ciò che egli non riesce ad essere, e una specie di ribrezzo, di dolore per quella vita altrui, di cui può scoprire anche la violenza, la volgarità. Scrutando dolorosamente lo scorrere delle altre esistenze, egli le percepisce in un loro cupo disporsi nello spazio e nel tempo, in un senso di morte che le corrode: in una catena di rapporti caratterizzati da una totale assenza di generosità (come appare nella scena agghiacciante dell’uomo morto sull’autobus della linea 137, che tutti fingono di non vedere, per non avere fastidi). Ecco che, subito dopo aver scoperto il tradimento della moglie, mentre sta maturando un proposito di suicidio a cui rinuncerà, sdraiato sul letto si trova a osservare nel riquadro della finestra una vecchia che scopa il balcone del palazzo di fronte. Pulisce meticolosamente ogni angolo, poi posa la scopa contro il muro, prende da un recipiente uno straccio e comincia a lustrare la ringhiera del parapetto. La descrizione continua accuratamente, con una precisione che evidenzia il rigirarsi su se stessi dei movimenti della donna, e si conclude con questa ipotesi: ‘se fossi pittore comincerei il quadro con la didascalia; ‘La donna che inganna il tempo prima della morte’. Nel romanzo si respira l’angoscia di un esistere che si risolve in un ingannare il tempo, un tempo che, come dice il titolo, sembra però già scaduto, già perduto e cancellato. C’è una perdita irreparabile nel mondo, c’è un fallimento che si respira nell’aria, di cui sono impregnate le pietre, gli oggetti, le persone, lo stesso cielo sopra le case e la città (e non si può non pensare al pessimismo dell’ultimo Pisolini, dalla cui scrittura però Carraro è distante). Qui davvero, come per il narratore Paolo, non è più possibile farsi illusioni, guardare con fiducia al futuro. Tutto è già stato compiuto. Oggi è troppo tardi per ricominciare, per voltar pagina. Lo scrittore da voce a questa perdita e, per ricominciare, comunque, occorrerà proprio fare i conti con la concentrazione e un certo rigore, con un rifiuto delle molteplici illusioni spettacolari in cui si dissolve la nostra vita sociale e spesso la nostra letteratura. E ti viene da chiedere come mai capita che apri un libro e non lo lasci più finché non l’hai finito? Non lo sai di preciso. Giacomo Debenedetti avrebbe detto: perché ti riguarda. Nel romanzo ‘I giorni dell’abbandonò era una donna a essere abbandonata, qui, invece, è un uomo, anche se in questo caso è difficile trovare il confine tra l’essere abbandonati e abbandonarsi da soli. ‘La solitudine occorre desiderarla, non subirla’, si legge in un dialogo di ‘Non c’è più tempo’. Paolo prima la subisce, poi la desidera, e poi? Sia il libro di Carraro sia il libro della Ferrante dicono qualcosa che è, sì, nelle loro parole, ma che va anche molto oltre. Ecco perché, quando spegni la luce e ti rigiri nel letto, non sai dire perché ti siano piaciuti.Sai solo che domani dirai ad altri che la scorsa notte li hai letti, sicuro che chi li leggerà non rimarrà indifferente. Sarà una lettera, sarà una telefonata o una e-mail, ma presto potrai parlarne con altri. E questo ti piace.

  2. C. Ferrari – Letture

    Libro amaro come il tempo in cui viviamo. Gli ingredienti ci sono tutti: la noia, le delusioni, la depressione, la piatta e logorante normalità, gli interessi cancellati con un grigio colpo di spatola, l’abisso. Libro scritto con il linguaggio feriale, quasi brutale, dell’ultima generazione, anche se l’autore è un quarantenne o giù di lì. Nella generale bassezza di tono, il lettore aspetta che un pò di cielo si apra sulle pagine; ma non si fa che incappare in atolli desolati, la navigazione non ci riserva altro. Carraro sembra aborrire dalla luce. Il protagonista, del resto, è un deragliatore accanito, le linee della vita gli sfuggono dalle mani inesorabilmente e senza possibilità di recupero; e non importa che le onde del mare, durante un bagno che vorrebbe essere metafora di rigenerazione, gli lavino via le lacrime. Certo l’autore si mette in una posizione giusta rispetto agli scopi che sembra prefiggersi, dimostrare cioè come la depressione generata dall’idea della morte che subito invade lo scenario, mefitica e orribile, spinga l’uomo alla rovina. è una morte senza fede quella del padre di Paolo, il protagonista appunto: una morte senza croce. Manca perfino l’involucro elastico del dubbio. Si muore, e basta. Tutto è materia. Materia sporca, ributtante, che richiede stomaco e un’indubbia nobiltà d’animo per essere affrontata (bella e fuggevole la scena della moglie che presta fino all’ultimo i servizi al malato terminale). Paolo non si riavrà più. Colpito dall’evento, frustrato nel suo desiderio di scrivere e di affermarsi, scende sempre più in basso: diventa un barbone, abbandonando il lavoro in banca e la moglie e il figlio alla loro amara sorte. Il racconto, basato molto sul dialogo, è secco come una sventagliata di colpi di mitra. Può piacere o non piacere, ma l’efficacia è indubbia. Carraro è un narratore abile, smagato: drammatizza il peggio degli influssi che toccano la vita a volte con una semplice, arida frase. C’è solo da augurarsi che il futuro smentisca l’inesorabile titolo: che ci sia ancora tempo per riguadagnare il sereno.

  3. F. La Porta – Il Messaggero

    Un libro poco adatto, ma solo apparentemente, ad ombrelloni e letture disimpegnate. Si comincia con una morte (quella del padre) e si prosegue con il fallimento di un rapporto di coppia, con il licenziamento dalla banca, la discesa negli inferi della depressione, l’emergere di una sindrome maniacale (con avventurosi pedinamenti voyeuristici alla moglie infedele…) e poi, nella pagina conclusiva, le lacrime del protagonista nascoste dentro l’acqua marina… Eppure è soltanto un romanzo di questo genere che può ‘consolarci’, perché ci racconta la nuda verità della nostra condizione, visibile dietro le maschere sociali, perché è sfiorato in ogni pagina dal mistero dell’esistenza, dal senso di un Male imperscrutabile che occorre guardare bene in faccia per fronteggiarlo. Con ‘Non c’è più tempo’ di Andrea Carraro la letteratura italiana contemporanea, così spesso modaiola e innamorata della Bella Pagina, sembra ritrovare la sua urticante forza conoscitiva. La prosa dell’autore, proprio perché essenziale, ‘naturalmente’ espressiva e antiretorica, ci resterà impressa nella memoria come quell’urlo del padre che ‘sfiata come una valvola’… Uno dei migliori romanzi italiani di questa stagione, almeno finora un pò trascurato dalle giurie dei premi letterari (tranne il Bari). Ci fa abitare per un pò dentro la mente e il cuore di un uomo del sottosuolo del nostro tempo, sbiadito e rancoroso verso il mondo, malato di vittimismo e lacrimosamente incerto di sé, con la sua innocente ‘cattiveria’ e la sua disperazione senza oggetto.

  4. S. Perrella – L’indice

    Perché capita che apri un libro e non lo lasci più finché non l’hai finito, e solo quando alzi gli occhi dalle pagine ti accorgi che l’intera notte è passata e la prima luce del giorno filtra tra una stecca e l’altra dell’avvolgibile mal chiuso? Non lo sai di preciso. Giacomo Debenedetti avrebbe detto: perché ti riguarda. Anche tu hai perso il padre come è successo al protagonista di ‘Non c’è più tempo’; se n’è andato via con la stessa straziante malattia. Eppure, ti cominci ad appassionare davvero a questo libro, quando Andrea Carraro, il suo autore, si mette ad inventare. C’è un punto preciso in cui il libro ti è sembrato prendere il volo e tu non hai potuto che corrergli dietro. Quando? Quando Paolo, protagonista e voce narrante, decide di non andare più dallo psicoanalista. E cosa fa per far fronte alla sua terribile malinconia che lo costringe all’inedia? Ci si abbandona con tutto il corpo, e soprattutto si tira via dalla vita, la osserva da fuori, riesce perfino a fotografare la moglie e l’amante che scopano in macchina. Lo fa con tale rigore e consequenzialità che finisci per seguire lui mentre a sua volta segue qualcun altro. E mentre lo segui ti viene in mente il ‘Wakefield’ di Hawthorne, che da un giorno all’altro non torna più a casa, pur passando vent’anni a osservare la vita di sua moglie. Paolo, dopo essere diventato un barbone e aver chiesto l’elemosina, a casa ci torna, ma non per riconciliarsi con la moglie (nei libri di Carraro non c’è redenzione), piuttosto perché ha un figlio. Ecco, sono proprio i dialoghi con il figlio le cose più belle e commoventi di questo libro così forte. Non ci sono sbavature sentimentali, eppure sono in gioco i sentimenti primari, mai una parola di troppo, semmai una di meno. La disadorna magrezza della scrittura, il ritmo da cronaca antica, il pudore spudorato di non celare nulla del proprio dolore agli occhi altrui, fanno del libro di Andrea Carraro un’opera importante, la più riuscita tra quelle da lui scritte. E fanno venire in mente un libro che si è conquistato i favori di un vasto pubblico con le sole forze della sua inequivocabile qualità letteraria e umana: ‘I giorni dell’abbandonò di Elena Ferrante. Lì era una donna a essere abbandonata, qui, invece, è un uomo, anche se in questo caso è difficile trovare il confine tra l’essere abbandonati e abbandonarsi da soli. ‘La solitudine occorre desiderarla, non subirla’, si legge in un dialogo di ‘Non c’è più tempo’. Paolo prima la subisce, poi la desidera, e poi? Poi chissà? Sia il libro di Carraro sia il libro della Ferrante dicono qualcosa che è, sì, nelle loro parole, ma che va anche molto oltre. Ecco perché, quando spegni la luce e ti rigiri nel letto, non sai dire perché ti siano piaciuti e ti abbiano avvinto. Sai solo che domani dirai ad altri che la scorsa notte hai letto Non c’è più tempo, sicuro che chi lo leggerà non rimarrà indifferente. Sarà una lettera, sarà una telefonata o una e-mail, ma presto potrai parlarne con altri. E questo ti piace.

  5. M. Onofri – diario

    Qualora si volesse allestire, dentro un’ipotetica storia dei totem e tabù, una mitografia del personaggio novecentesco, non potremmo non cominciare dal vero antieroe del secolo letterario appena trascorso: il personaggio-figlio. Di quella storia potremmo avere persino una buona data di partenza: il 1919. Che è l’anno di composizione della celeberrima ‘Lettera al padre’ di Kafka e, insieme, quello di pubblicazione del tozziano ‘Con gli occhi chiusi’: uno dei più feroci libri che sul padre (sui padri) siano mai stati scritti. Osservo questo per dire che c’è voluto non poco coraggio, da parte di Andrea Carraro, nel confrontarsi con un tema così abusato e carico di implicazioni: ma vorrei anche aggiungere subito che Non c’è più tempo è uno dei romanzi più intensi che, sotto la stella crudele d’Edipo, m’è capitato di leggere in questi ultimi anni. Il romanzo d’un figlio tormentato da un lancinante ed ansioso senso d’inadeguatezza, e soverchiato da un padre un pò capaneo, di ‘teatrale superbia’, ‘egotismo straripante’ e ‘mostruosa sincerità’. Siamo dentro la penombra ‘densa e quasi liquida’ d’una camera da letto, satura dell”odore intenso di feci e orina e medicinali’: la camera d’un uomo che sta per morire, il padre di Paolo Luciani, il protagonista-narratore di questo romanzo, un quarantenne con ambizioni letterarie che, però, non sopporta il suo lavoro di bancario. è solo l’inizio d’una vicenda che drammaticamente precipita, man mano che Paolo, in preda a una cupa depressione, scoprirà il tradimento della moglie, abbandonando dapprima la famiglia e poi il lavoro, per trasformarsi in barbone e dedicarsi ad estenuanti pedinamenti di donne che alla moglie più o meno somigliano, non rinunciando a occasioni di turpe voyeurismo. Inutile aggiungere che questo repentino mutamento di condizione sociale non ha nessun carattere liberatorio: Paolo Luciani, insomma, non è nemmeno il lontanissimo parente di quel pirandelliano Vitangelo Moscarda che, nel suo stato di novella mendicità, aveva trovato l’unica traduzione possibile della felicità. Un romanzo lucido e implacabile questo di Carraro, che non rinuncia a metterci di fronte allo specchio dei nostri peggiori sentimenti: dove nostri sta per individui di sesso maschile, per figli, ma anche per italiani. Con questi termini di lucidità ed implacabilità vorrei anche sottolineare la felice distanza dello scrittore dal cattivismo di tanta narrativa italiana corrente, post-cinematografica e giovanilistica, confezionato magari secondo schemi ricalcati sull’ultimo noir americano di successo: una narrativa, tanto per intenderci, per cui il dolore restituisce, al massimo, la qualità artificiale del poliestere. Carraro, invece, ha una feroce e non conciliata cognizione della vita, incalzata fino ai suoi estremi d’angoscia e sofferenza, di violenza e crudeltà: che sa scrutare con impietoso laicismo. Di questo laicismo, merce rara in un’epoca idolatrica e conformistica come la nostra, che non ha corrispondenze nelle pagine di tanti coetanei dello scrittore, si potrebbero dare esempi numerosi. Mi limiterò alle pagine, davvero memorabili, in cui Paolo ha un duro alterco con il filippino alle dipendenze della madre, che si rifiuta, per un suo qualche superstizioso terrore, di risistemare e pulire la stanza dov’è appena morto, appunto, il genitore: poche pagine, ma dove passa, in un baleno, un discorso ellittico e complesso sulle differenze culturali e sociali, sul conflitto antropologico, sulla violenza dell’arroganza padronale, sulle abiezioni servili, sulle sorti tutt’altro che magnifiche e progressive cui l’uomo pare biologicamente e moralmente destinato. Anche da queste ellissi si vede il talento d’un vero scrittore.

  6. F. Troiano – www.italica.rai.it

    Di Andrea Carraro s’era detto su queste colonne, lo scorso anno, tutto il bene possibile dei racconti de ‘La lucertola’. Si muoveva, in quella ispirata raccolta, una risentita crudeltà nell’osservazione di vari tipi umani, tuttavia mai disgiunta da una profonda pietas; poco diffusa, codest’ultima, nelle pagine improntate a mero cinismo d’accatto di tanti autori nostrani. Qualora fossero necessarie conferme del talento del Nostro (cui si deve, ricordiamolo, pure il bel romanzo ‘Il branco’, dal quale Marco Risi trasse l’omonimo ed in parte irrisolto film), esse giungono puntuali con ‘Non c’è più tempo’, dov’egli ritorna alla forma narrativa lunga con una storia di forte presa. Divisa in cinque parti, racchiuse tra un prologo ed un epilogo, è la vicenda di Paolo: quarantenne, impiegato di banca con velleità frustrate di scrittore, egli soffre d’una profonda depressione a seguito della morte del padre, individuo mediocre ed autoritario che lo ha vessato per tutta l’esistenza. Le cose peggiorano quando lo sventurato scopre che la moglie, tecnico di laboratorio in una clinica, ha una relazione con un collega: pur consolato dall’amore del suo undicenne figliolo, Luca, egli si lascia andare ad una vertigine senza fine. Rifugiatosi in un monolocale ed abbandonato il lavoro, vagabonda senza meta per la città; dipoi, sfrattato di casa, si sistema in un campo di nomadi, s’acconcia a vivere di elemosine, beve disordinatamente nei bar. Nell’ossessivo bisogno di spiare le coppiette che s’appartano a far l’amore, vive il suo bisogno di ricreare un’intimità, un calore perduti; sino a che, in sottofinale, egli pare trovar provvisoria quiete portando un piccolo fiore sulla tomba paterna. Scritto con uno stile asciutto e misurato, ‘Non c’è più tempo’ pare a tratti la versione maschile de ‘I giorni dell’abbandonò di Elena Ferrante: dal quale, tuttavia, si differenzia nell’evitare sottolineature barocche, procedendo lungo i sentieri d’una narrazione che ha l’algida precisione d’un referto. è la diagnosi acuminata d’una malattia che chissà in quanti interni borghesi cova, tra gente perbene, all’apparenza soddisfatta.

  7. F. La Porta – Avvenimenti

    Il bellissimo NON C’è più TEMPO di Andrea Carraro, uno dei nostri 3 o 4 autori più interessanti, ci fa riscoprire tutta la ‘necessità’ della forma-romanzo. Ritroviamo infatti puntualmente nelle sue pagine le singole molecole di questo straordinario ‘composto’ letterario tipico della modernità. La nuda descrizione della vita quotidiana, un potente effetto di realtà (che dai dialoghi – sempre molto verosimili, al contrario che nel 90% della fiction televisiva – si estende alle fulminanti istantanee della città), l’invenzione di un personaggio ‘forte’ (in conflitto con gli altri e con se stesso), l’uso di una lingua referenziale, antiretorica (al massimo si dice ‘il cielo sopra di me è eccezionalmente limpido…’), l’ostinata intenzione di dire semplicemente la verità; e soprattutto la capacità di decifrare un destino a partire da un solo dettaglio, da un piccolo episodio, da una gestualità minima. Carraro racconta qui la ‘mostruosa’ normalità di un tremante, maniacale uomo del sottosuolo, di un piccolo borghese spaventato dalla vita, di un umile bancario frustratissimo e con vaghi interessi letterari; allontanandosi quindi dal setting del suo romanzo IL BRANCO, fatto di hinterland e coatti(qui c’è solo un pò di periferia e di nomadi nella sua parentesi di vagabondo) e dunque avvicinandosi al proprio ceto sociale. Non è difficile rintracciare alcuni elementi autobiografici, benché deformati o straniati. Ma il punto è che l’autobiografia diventa qui avvincente, dal momento che tocca qualcosa di essenziale, che ci riguarda tutti. Naturalmente la vita quotidiana, spazio della regolarità e della ripetizione, in cui per definizione non accade nulla, deve essere come ‘turbata’ da un incidente per poter rivelare la propria verità nascosta. Qui l’incidente è, appena dopo la morte del padre, il tradimento di Rosa, la moglie, che fa precipitare la situazione: lui comincia a pedinarla, si autolicenzia dalla banca, diventa un barbone, va giù in fondo fino al termine della notte della sua depressione. Da dove, forse, si intravede, un senso diverso delle cose. Ma il precarissimo happy end, spesso così stucchevole nel nuovo cinema italiano, è invece qui apertura ad altro, conferma dell’infelicità sociale e anche sigillo di una misteriosa purificazione: il protagonista piange mentre fa il morto a galla, ‘però basta immergere la testa e le lacrime spariscono’. Un romanzo duro, aspro, privo di belletti e facili consolazioni. Ma, come diceva qualcuno, niente è più consolatorio della verità.

  8. P. F. Borgia – Giornale

    Se ci pensiamo bene, una moderna discesa agli inferi oggi può essere rappresentata proprio dalla strada di una metropoli. Dai segreti che riesce a custodire, dal dolore che provoca in chi la usa come casa e come rifugio. La suddetta discesa presuppone, però, un movimento. Un venire da una situazione di agio e di benessere rassicurante. Chi è nato nell’emarginazione non conosce la differenza tra paradiso e inferno. L’ultimo romanzo di Andrea Carraro, ‘Non c’è più tempo’ (Rizzoli, pp. 222, 13 euro) ci offre un suggestivo racconto di quanto può essere penosa la ‘caduta’ di un borghese, afflitto da sensi di colpa e disorientato dalla perdita di solidi punti di riferimento sia sentimentali che esistenziali. Paolo è un bancario frustrato che riesce, però, a mitigare i suoi dolori interiori grazie alla consapevolezza di avere una famiglia solida su cui contare. Le prime difficoltà, i primi cedimenti, si manifestano però quando muore il padre. Una figura autoritaria nei confronti della quale il protagonista ha sempre nutrito un rispetto misto a paura. La morte del genitore mia la solidità delle basi della sua esistenza. Era un punto di riferimento, quel padre severo e implacabile, se non altro per la sua voglia di affermarsi come scrittore. Mancando il pungolo paterno, anche la vocazione letteraria vacilla. E la vita d’ufficio, passata essenzialmente a mandare avanti pratiche incomprensibili e aride e a difendersi dai pettegolezzi dei colleghi, si fa ogni giorno più opprimente. Per fortuna che c’è la moglie, però. E per fortuna che c’è il figlio dodicenne. Un bambino che stravede per il padre, forse anche per quel suo indomabile anelito anticonformista, che i più scambiano per uno degli effetti della sua depressione. Le cose cambiano quando l’uomo scopre il tradimento della moglie e trasforma le sue ossessioni nella ragione principale dell’esistenza. Da qui a trasformarsi in un barbone senza famiglia e senza fissa dimora il passo è breve e, grazie alla sapiente abilità dell’autore, del tutto naturale. L’uomo rifiuta una ‘vita ordinaria’ perché la realtà si dimostra troppo distante dai luoghi comuni che la reclamizzano. Il finale ‘aperto’ porta il nostro antieroe ad una sorta di redenzione dove il sogno e il ricordo si confondono con il presente. Carraro sfrutta bene la sua conoscenza della città e dei meccanismi sociali per raccontare una storia ‘fantasiosa’ ma verosimile di quanto il male di vivere – oggi più che mai – è l’altra faccia di un benessere infido.

  9. S. Clerici – La Repubblica

    Quante volte, girando per Roma, specie nelle strade del centro storico e vicino alle chiese, vi è capitato di incontrare un barbone, ancora giovane e dall’aspetto neppure troppo trasandato? E quante volte, vedendolo, vi siete chiesti: ma chi sarà mai costui? Perché non lavora? Perché s’è ridotto così? E se gli metto in mano un euro, poi che cosa ci si compra? Ha davvero fame e famiglia o deve invece solo alimentare chissà quale vizio? Roma – ma non solo Roma – è piena di uomini e donne del genere. E molti di pelle bianca. Ebbene Andrea Carraro con il suo ultimo libro riesce a dare una risposta credibile a parecchi di questi interrogativi. Non è un libro inchiesta o un libro verità. È – come lo fu ‘Il branco’ – un romanzo, un gran bel romanzo. Ma è al tempo stesso un racconto ‘fotocopia’ di tante vite bruciate. Di tante esistenze finite al macero nello stesso identico modo. è la storia di Paolo, giovane bancario con aspirazioni letterarie, che piomba nel baratro della depressione. Il fantasma del padre, il veleno del tradimento coniugale, la sensazione del fallimento professionale sono gli ingredienti classici del dramma umano. Quelle parole che suo padre ripete continuamente sul letto di morte (‘Che strazio, che schifo…’) sembrano stamparsi per sempre nella mente del protagonista e diventare quasi il leitmotiv della sua futura vita. Se vita si può chiamare. Neppure l’analista riuscirà a liberarlo da quelle catene, a cancellare definitivamente quegli incubi e a impedire che Paolo tocchi il fondo della disperazione. Dopo essere andato prima a vivere in un monolocale nella zona Talenti, poi in una baracca vicino a Centocelle, Paolo passerà infine le giornate davanti a una chiesa stringendo in mano questo cartello: ‘Ho fame. Due figli. Aiutatemi’. Un viaggio all’inferno senza ritorno? Forse no. Forse, a giudicare dalle pagine conclusive, qualcosa potrebbe ricapovolgergli la vita. Innanzitutto l’aver ricontattato moglie e figlio, sia pure per poco, ma riscoprendo il sentimento e la paternità. E poi l’aver ritrovato il mare. Il mare dei suoi sogni e della sua infanzia. Il mare che, alla fine ‘non tradisce’ e ‘lava via tutto’. Davvero non c’è più tempo?

  10. G. Pacchiano – Il Sole 24 ORE

    Non vanno di moda, in questi anni, i romanzi opachi e scabri. Le ‘tranches de vie’, li chiamavano una volta.
    Storie di grigie esistenze che corrono incontro al proprio destino. A noi, questi romanzi, se di qualità, piacciono molto. Ci vediamo dentro la cifra vera del nostro tempo, l’anonimato, la disperazione della gente, la rassegnazione, contro le immagini di vita colorata e fasulla che, invece, ci propinano i ‘media’.
    Andrea Carraro (noto soprattutto per IL BRANCO) ha scritto oggi, con NON C’È PIÙ TEMPO, un romanzo opaco e scabro. Fino a ora, il suo miglior libro. La storia di un uomo qualsiasi, Paolo: un impiegato di banca, quarant’anni, con moglie e un figlio. La vita di Paolo, che ha un suo precarissimo equilibrio, cambia con la morte del padre: figura ingombrante, di cui ha sempre odiato la teatrale superbia e il suo egotismo straripante. Un padre che, a suo tempo, ha dichiarato al figlio, appena adolescente, la sua nausea per l’istituto della famiglia, in contrasto con le sue velleità di scrittore fallito (mentre il figlio scriverà un romanzo riuscendo a pubblicarlo, e che insulto per l’altro!). Paolo lo vorrebbe morto. Ed ecco, quando, a distanza di anni, il desiderio diviene realtà, e il padre muore dolorosamente di cancro, Paolo entrare in crisi.
    Il libro di Carraro non ha enfasi: si tratta del tema dell’esistenza come male di vivere e colpa, raccontato attraverso una cronaca minore fatta di dettagli. Piccole epifanie che rivelano la progressiva perdita d’identità del personaggio. Non poterne più è il fardello di Paolo. E così, non fa più l’amore con la moglie, spende inutilmente tempo e denaro dallo psicoanalista, non sopporta il proprio lavoro. Per parte sua. Rosa, la moglie, lo tradisce. Anche lei, a suo modo, non ne può più. Paolo si trasforma in ‘voyeur’: la pedina nei suoi spostamenti in macchina, due volte la settimana, di pomeriggio, con l’amante; la guarda mentre, in un boschetto appartato, vicino a Monte Mario, sta con lui; fotografa la coppia di nascosto. Niente di diverso dalla vecchia etica del disgusto, come tema forte e angosciante, che e’ stata del naturalismo fine Ottocento, rivisitata. Funziona ancora. Il lavoro di Paolo va a rotoli: ha chiesto dei permessi, per poter spiare Rosa, poi un’aspettativa. Arriva un giorno, della vita, in cui tutto pare inutile, irrilevante, di fronte a quella spina che è la vita stessa. Dopo un crudele chiarimento con Rosa, Paolo abbandona la famiglia; va a vivere in un piccolo appartamento, poi in una baracca al limite estremo di Roma, vicino a un campo nomadi. Ha lasciato per sempre il lavoro; non ha soldi.
    C’è, nel personaggio, il crollo del mito della felicita’, cui spesso ci si attacca per vivere; gli resta un rovescio di vita, dove tutto pare segnato, sino alla fine. Per campare, chiede l’elemosina per strada: sbarazzatosi della vecchia esistenza, s’è creato un doppio, che nasce dallo shock del tradimento di Rosa: segue le donne che incontra in giro, va a guardare chi fa l’amore in automobile…
    Carraro mescola con bravura e misura, al filo della storia, i residui del passato del protagonista, sotto forma di ricordi e fantasticherie d’infanzia, vecchi sogni, stupori di fronte al mondo che si apre all’esperienza di Paolo bambino. Barlumi che lo aiutano, forse, a non morire come il padre. Lasciarsi andare, ma, nonostante tutto, sopravvivere: è, nella storia di Carraro, la condizione simbolica del vuoto con cui, dimesse le resistenze, ci possiamo trovare a fare i conti ogni giorno.

  11. F. Piemontese – Il Mattino

    Secondo un diffuso luogo comune, Andrea Carraro – scrittore romano poco più che quarantenne – sarebbe (grazie soprattutto a un libro come IL BRANCO) una specie di erede o di epigono di Pasolini, reso più scaltro e avvertito dagli eventi, e dai cambiamenti, degli ultimi decenni. Ma che questa etichetta stia stretta a Carraro lo dimostrano abbondantemente i suoi ultimi due libri, apparsi a breve distanza l’uno dall’altro nella bella (e coraggiosa) collana Sintonie che Benedetta Centovalli cura per la Rizzoli: la raccolta di racconti lunghi LA LUCERTOLA e soprattutto il romanzo NON C’è più TEMPO (pagg. 224, euro 13). Carraro vi si fa attento e impietoso anatomista di una condizione umana e sociale – che ancora definiremmo piccolo-borghese – priva ormai di ogni riferimento, di ogni pur distorto valore, e dunque smarrita, incerta, destinata ad affondare in un grigiore senza speranze e senza prospettive. Il protagonista del romanzo, Paolo, è per l’appunto un oscuro impiegato di banca quarantenne che ha messo da parte le lontane ambizioni letterarie per condurre una vita cosiddetta normale, con una moglie biologa e un figlio di una decina d’anni. Va avanti in qualche modo, ovviando con massicce dosi di psicofarmaci ai numerosi disturbi psicosomatici, fino a quando la morte del padre (con cui ha avuto un complicato rapporto di odio/amore) non Io fa precipitare nei gorghi della depressione. Convinto che la moglie lo tradisca, la spia, la segue e ha la più plateale conferma dei suoi sospetti, assistendo ai frettolosi amplessi che la donna ha col suo amante in macchina. E a quel punto crolla, provando perfino una qualche forma di sollievo nello scendere a uno a uno i gradini dell’abiezione: se ne va di casa, perde il posto, diventa un mendicante e una specie di guardone, viene massacrato da un energumeno. Alla fine torna a casa, in qualche modo tollerato dalla moglie, ma il finale è interlocutorio, e comunque né rassicurante né consolatorio. Per raccontare la dimessa epopea di questo personaggio, Carraro ha scelto un tono basso, una lingua povera e disadorna, un parlato essenziale, ottenendo risultati di grande efficacia, soprattutto quando racconta la depressione (impresa tutt’altro che facile). Notevole, da un punto di vista narrativo, la trasformazione di Paolo in voyeur della vita altrui, quasi inevitabile quando si avverte che la propria è solo un surrogato, una misera imitazione (un tempo si diceva, convinti, la vita è altrove, ma oggi?).

  12. G. Traina – L’indice

    È abbastanza normale che su uno scrittore noto, anche se non si è mai letto un suo libro, si abbia un giudizio preventivo, cioè – alla lettera – un pregiudizio: fondato o infondato, spesso però insormontabile. Il mio pregiudizio su Andrea Carrraro, fondato o infondato che fosse, era sufficiente a tenermi lontano dai suoi libri: uno scrittore teso soprattutto a riprodurre la realtà attuale dd sottoproletariato romano, senza particolari preoccupazioni stilistiche (se non quelle della resa gergale); un epigono un pò scolastico di Pasolini, insomma, capace di riciclarsi, tutt’al più, in epigono di Moravia se il suo punto di osservazione si spostava sulla piccola o media borghesia. Quasi per caso e molto svogliatamente ho cominciato a leggere il suo ultimo romanzo, ‘Non c’è più tempo’. Ma, letteralmente soggiogato dal fluire della narrazione, non l’ho lasciato più fino alla conclusione. Quando poi ho provato a riconsiderare con distacco ciò che avevo appena finito di leggere, mi sono reso conto che in buona parte i pregiudizi erano fondati. Ma ciò non bastava. è vero, Carraro adopera una comodissima narrazione in prima persona per raccontarci la parabola discendente di uno scrittore quarantenne che passa dallo strazio per la morte del padre alla mancata elaborazione del lutto – nonostante la psicoterapia intrapresa (e poi abbandonata) – alla depressione, alla scoperta che la moglie lo tradisce, alla separazione dalla moglie (e dal figlioletto), al licenziamento, a un’esistenza abbrutita da single e poi, addirittura, alla vita da clochard. Nulla di innovativo da segnalare, né nella struttura né nella scrittura: quest’ultima anzi raramente si solleva al di sopra di una fedele riproduzione del parlato quotidiano contemporaneo, fra l’appiattimento di origine televisiva e il propellente del turpiloquio. Sul piano sintattico è raro che si vada oltre la paratassi (ad apertura di libro: ‘Mi sveglio alle sette e dieci come al solito. Bevo il caffè, mi lavo, mi vesto. Prendo il motorino e mi apposto al di là della strada della mia vecchia casa, dietro il chioschetto dell’edicola. Aspetto mezz’ora e li vedo uscire con la macchina. Faccio tutto come sempre, ma oggi lo faccio macchinalmente, quasi per abitudine’) e spesso la resa mimetica del parlato risolve alla svelta ta ogni problema. L’introspezione psicologica dell’intellettuale medioborghese (uno scrittore di qualche successo che non ha il coraggio di abbandonare il lavora in banca: solo la depressione lo porterà a farsi licenziare) dovrebbe dominare il romanzo, ma invece, come accadeva nel Moravia più stereotipato, finisce per essere tutta risolta nella fissazione monomaniaca (la gelosia), nei gesti, nello scontro con situazioni esterne a sè e schematicamente emblematiche dello ‘Zeitgeist’, naturalmente aggiornate rispetto al modello ma ben poco dissimili nella sostanza: periferie, alienanti, zingari, emarginati di vario tipo. Eppure, ho letto il romanzo tutto d’un fiato. Mi sforzo di essere obiettivo, ed ecco due spiegazioni. La prima intrinseca, è la solida capacità di tenuta narrativa del romanzo: Carraro sa raccontare, non c’è dubbio; non lo fa in punta di penna, certo, spesso sceglie le soluzioni strutturali più facili, ma conosce a menadito le regole del gioco e gioca assai bene le sue carte. La seconda spiegazione è estrinseca: riguarda solo me e non metterebbe conto parlarne se la cosa non finisse per ricadere, positivamente, fra gli ‘atous’ dell’autore. Nella lettura del prologo del romanzo mi ha rapito il modo, crudo e veritiero ma anche commosso e commovente, con cui Carraro ha saputo rappresentare un’esperienza (la malattia e la morte del padre) da me vissuta secondo modalità abbastanza simili. Ma non si tratta di una banale identificazione contenutistica: e la riprova l’ho avuta leggendo, poco dopo, un racconto lungo di Sebastiano Mondadori (Sarai così bellissima) che narra un altra esperienza da me recentemente condivisa con l’autore, cioè la felicità derivante dalla nascita di una figlia. Però il giovane Mondadori non riesce mai a rendere la complessità di tale esperienza, risolvendo tutto in una sequela di gridolini di gioia e filosofeggiamenti a futura memoria, esprimendosi in stile pretenzioso ma banale, qua e là anche linguisticamente scorretto. Carraro, invece, in nemmeno venti pagine di prologo, ha detto tutto quello che c’era da dire sullo strazio di una malattia e di una morte, sulla dignità offesa di chi soffre e muore, sulla rabbia impotente di chi sopravvive, sull’altruismo di chi assiste. Con un senso della misura che è appannaggio solo dello scrittore maturo e con una ‘pietas’ autentica che in buona parte si può ritrovare nel resto del romanzo (e mi piacerebbe sapere che tipo di proiezioni e identificazioni può aver suscitato in un lettore che abbia sofferto di depressione) anche se forse con una punta di studiato compiacimento in più, senza ritrovare la mirabile sobrietà del prologo, se non, guarda caso, nelle tre paginette scarse dell’epilogo, che segna per il protagonista un ritorno problematico ma possibile alla normalità: ‘Credo di non aver mai pianto facendo il bagno in tutta la mia vita. Piango perché ho l’età di mio padre. perché lui non c’è più e sfido il mare da solo. perché mio figlio un giorno mi vedrà morire. Però basta immergere la testa e le lacrime spariscono. Fra poco uscirò e nessuno si accorgerà di niente. Sarà stata la salsedine ad arrossarmi gli occhi. II mare non tradisce, lava via tutto’. Come nel bellissimo finale aperto della ‘Stanza del figliò di Moretti, sia pure a ruoli invertiti, a questo punto forse il lutto è stato finalmente elaborato, e con esso i risvolti più inquietanti di un rapporto col padre che era stato difficile fin dall’infanzia: ci dovrebbero, insomma, essere le condizioni per essere finalmente adulti e diversamente padri.

  13. G. Ferroni – L’Unità

    Di un mondo che scorre vuoto ed insensato, del frantumarsi delle esperienze quotidiane e dello slabbrarsi delle esistenze in una sorda e cieca continuità, la letteratura e il cinema hanno dato molteplici immagini, giungendo a svuotare se stesse, a cercare una assoluta neutralità, un impossibile grado zero, oppure più spesso (e tanto più negli anni a noi vicini) proiettandosi in un autocompiaciuto riflesso, in un gioco di specchi, in un paradossale narcisismo della violenza e della disgregazione. Gran parte delle forme artistiche attuali sono segnate da una retorica dello sfacelo, da una spinta a guardare alla negatività e alla violenza del mondo estraendone scintille, esaltandone lo shock, facendone spettacolo. Magari con la pretesa di smascherare le contraddizioni della realtà, vantando propositi realistici o critici di denuncia del male di cui sono intrise le nostre società e l’intero pianeta, con burbera prosopopea o con disinvolta aggressività, ci vengono continuamente proposte rappresentazioni della negatività quotidiana che finiscono per amplificarla e potenziarla, per erigerla a modello: trasformano il vuoto in effetto e in rumore, danno all’insensatezza in rilievo pubblicitario, trovano una singolare e distorta beatitudine nel nominare il male e le sue varie infinite forme e combinazioni possibili, nel puntare l’occhio indiscreto sulle vergogne della nostra vita e del nostro mondo. Televisione e pubblicità sono i modelli determinanti di questa tendenza alla violazione spettacolare, alla sempre più diffusa e banale proiezione del negativo quotidiano in materiale di consumo che vive per riflettersi su se stesso e risuonare sulla scena collettiva. Il cinema dispone peraltro dei mezzi tecnici più sofisticati per moltiplicare questa scena dell’indiscrezione, della violazione di ogni intimità. E molta letteratura segue, volontariamente o no, ciecamente o con sofisticato cinismo, simili modelli (come da noi ha mostrato quel piccolo e piuttosto ridicolo fenomeno letterario a cui è stata attribuita un’etichetta ricavata dal titolo del film di Tarantino PULP FICTION). Andrea Carraro ha sempre guardato alla violenza e all’assurdità quotidiana di una Roma frantumata e slabbrata, ne ha spiato i segni sempre più invadenti di sfacelo e disgregazione, in un sovrapporsi ed intrecciarsi tra male sociale e male esistenziale: ma, davvero agli antipodi di quel diffuso compiacimento spettacolare di cui si è detto, ha saputo affondare il coltello nella piaga con impassibile fermezza, evitando ogni aura, ogni retorica, ogni compiaciuto riflesso. Narratore onesto come pochi, egli ha perseguito questa sua strada con coerenza e senza cedimenti: e con questo ultimo romanzo, NON C’è più TEMPO (Rizzoli, Sintonie, 2002, pagine 221, euro 13,00) sembra aver trovato il risultato più essenziale e rigoroso, in una prosa ferma e contenuta, su cui sembra depositato un irredimibile carico di dolore. Egli sa guardare al degradarsi della vita senza trarne nessun esito spettacolare, senza confondersi in nessun modo con le invadenti trame narcisistiche, con le chiassose espansioni pubblicitarie di cui è fatta tanta narrativa contemporanea. La narrazione e affidata alla voce di Paolo, impiegato di banca che ha avuto indeterminate e fallite velleità letterarie e che vive una crisi matrimoniale che sembra come scaturire dalla morte del padre, dal groviglio dei suoi rapporti con lui, dai sensi di colpa e dai conflitti che essi comportano: la scoperta del tradimento della moglie Rosa lo trascina, quasi lo avvita, in una spirale sempre più avanzata di disgregazione personale; lo conduce ad abbandonare il posto del lavoro e la sua normale vita di piccolo borghese, a uscire progressivamente dai consueti legami sociali, a mendicare e a ridursi allo stato di barbone. Questo cadere sempre più in basso è legato ad un blocco della comunicazione con gli altri e con il mondo, ad un disperato senso di estraneità e di colpa: la morte del padre e la scoperta del tradimento della moglie fanno crollare in Paolo quell’illusone di superiorità intellettuale, quella disposizione a guardare gli altri dall’alto, a distinguersi dalla vanità del mondo, che è la molla che tiene in equilibrio tanti individui nelle nostre società slabbrate e frantumate: tutto questo crolla, e Paolo avverte di essere come crede che siano gli altri, sente frantumarsi la sua maschera intellettuale e razionale, scopre la propria viltà, la propria abitudine a vivere nel riflesso degli altri, in un intreccio di rapporti illusori e meschini. La sua esistenza si svolgerà allora sempre più in una costrizione a guardare la vita degli altri: scoperte le evasioni della moglie attraverso pedinamenti, spiandola nei suoi incontri erotici, egli insisterà ulteriormente a seguirla e spiarla nelle situazioni più diverse; e ancora si sentirà spinto a seguire e a spiare altre presenze diverse e casuali, da quella di una vicina di casa a quella di una qualunque coppia di innamorati. Questo guardare e spiare di Paolo non è soltanto un dato patologico, un esito della sua inarrestabile depressione: attraverso di esso egli scruta il valore e contemporaneamente l’insensatezza della vita normale, che sente sfuggire da se stesso, che si vede sottratta, nel suo bene e nel suo male; prova insieme una sorta di pietà, quasi di venerazione per ciò che egli non riesce ad essere, e una specie di ribrezzo, di dolore per quella vita altrui, di cui può scoprire anche la violenza, la volgarità. Scrutando dolorosamente lo scorrere delle altre esistenze, egli le percepisce in un loro cupo disporsi nello spazio e nel tempo, in un senso di morte che le corrode: in una catena di rapporti caratterizzati da una totale assenza di generosità (come appare nella scena agghiacciante dell’uomo morto sull’autobus della linea 137, che tutti fingono di non vedere, per non avere fastidi). Ecco che, subito dopo aver scoperto il tradimento della moglie, mentre sta maturando un proposito di suicidio a cui rinuncerà (non è e non può essere un personaggio tragico: e il finale non potrà essere tragico), sdraiato sul letto si trova a osservare nel riquadro della finestra una vecchia che scopa il balcone del palazzo di fronte. Pulisce meticolosamente ogni angolo, poi posa la scopa contro il muro, prende da un recipiente uno straccio e comincia a lustrare la ringhiera del parapetto. La descrizione continua accuratamente, con ferma secchezza, con una precisione che evidenzia il rigirarsi su se stessi dei movimenti della donna, e si conclude con questa ipotesi: Se fossi pittore comincerei il quadro con la didascalia; ‘La donna che inganna il tempo prima della morte’. Nel romanzo si respira davvero l’angoscia di un esistere che si risolve in un ingannare il tempo, un tempo che, come dice il titolo, sembra però già scaduto, già perduto e cancellato. C’è una perdita irreparabile nel mondo, nell’Italia, nella Roma di Carraro; c’è un fallimento che si respira nell’aria, di cui sono impregnate le pietre, gli oggetti, le persone, lo stesso cielo sopra le case e la città (e non si può non pensare al pessimismo dell’ultimo Pasolini; dalla cui scrittura però Carraro è molto distante). Qui davvero, come per il narratore Paolo, non è più possibile farsi illusioni, guardare con fiducia al futuro. Tutto è già stato compiuto. Oggi è troppo tardi per ricominciare, per voltar pagina. Non c’è più tempo. Lo scrittore da voce a questa perdita con una lingua essenziale, che contorna le vite e le cose con concentrazione assoluta. E, per ricominciare, comunque, occorrerà proprio fare i conti con una concentrazione e un rigore di questo tipo, con un rifiuto delle molteplici illusioni spettacolari in cui si dissolve la nostra vita sociale e spesso la nostra letteratura.

  14. G. Casagrande – Caffè Letterario

    Un libro davvero doloroso che racconta l’itinerario di un uomo verso l’abisso e l’annientamento. La storia di una depressione che a mano a mano invade una vita normale, la stravolge e la devasta. Attribuire alla ‘malattia’ la deriva del protagonista del romanzo appare piuttosto semplificatorio: è la traumatica rottura delle regole sociali, è una sofferenza antica, è il rifiuto profondo che ha incontrato fin da piccolo a produrre necessariamente un’esplosione sorda in una vita mediocre scandita da lavoro in banca, moglie, figlio, appartamento borghese e malessere irrisolto. Un padre violento e volgare, una madre incapace di ribellarsi rappresentano il suo passato che dalla morte paterna ritorna a incrinare quella precaria stabilità che il protagonista credeva di avere raggiunto. Scopre anche il tradimento della moglie e lo affronta nel modo peggiore, torturato ormai da una depressione patologica che gli farà perdere il lavoro conducendolo a vivere per strada elemosinando. Ormai ogni tentativo di recuperare una parvenza di normalità sembra naufragare e l’unico gesto ‘coraggioso’ è, per questo uomo ‘malato’, andare al cimitero sulla tomba di quel padre disprezzato. Raccolto dalla strada dalla moglie impietosita ritorna a casa, ma è del tutto incapace di recuperare un equilibrio che si è definitivamente spezzato nonostante il figlio rappresenti un elemento di consolazione e un aggancio alla realtà. La solitudine e la mancanza d’amore di una intera vita sono forse la vera malattia di cui soffre il protagonista, le aggressioni di un’esistenza sventurata rappresentano la conclusione amara di un itinerario disperato. Carraro con un linguaggio freddo, ma nello stesso tempo carico di pietà, traccia questo percorso senza concederci speranze.

  15. M. Romano – ttL Supplemento de La Stampa

    Ne IL BRANCO (1994) aveva rappresentato l’emarginazione e la violenza metropolitana con un linguaggio esasperato e gridato. L’effetto di orrore che suscitava lo stupro di due turiste tedesche da parte di un gruppo di ragazzi della periferia romana nasceva da una precisa tecnica narrativa: il ritmo della lettura – come scrisse il compianto Sandro Onofri – è quello sincopalo delle rabbie dei protagonisti. In questo nuovo romanzo, NON C’è più TEMPO, Andrea Carraro usa uno stile meno esasperato e assai controllato e soprattutto una struttura narrativa più matura ed equilibrata, ordinata in cinque parti, racchiuse tra un prologo e un epilogo, dedicati alla figura del padre, che all’inizio della storia muore di cancro al polmone e alla fine rivive nella memoria del figlio, che va a fare un bagno purificatore in mare nello stesso luogo dove era stato con lui trentenni prima. II tema di questo libro non è nuovo né particolarmente originale, ma è raccontato bene: il protagonista, Paolo, è un bancario quarantenne con velleità di scrittore che dopo la morte del padre soffre di stati depressivi e quando scopre l’infedeltà della moglie sprofonda nell’imbuto della degradazione e dell’autodistruzione. All’origine del suo malessere c’è un senso di colpa per la morte del padre, raffigurato in un romanzo che ha scritto come figura dispotica e priva di affetto per la famiglia. Ingoia psicofarmaci e antispastici, va dall’analista ma senza ottenere alcun miglioramento. Pedina la moglie Rosa, biologa in ospedale, e quando la vede infrattarsi con un collega su una collinetta dalle parti di Monte Mario la fotografa tra le braccia dell’amante. Va a vivere in un monolocale, abbandona il lavoro e vagabonda per la città, girando in autobus da un capolinea all’altro. Inizia così il suo percorso ellittico tra i gironi infernali. Pedina la gente per strada, spia le coppie che si appartano nei prati, insegue le storie altrui, alla ricerca di un’intimità che gli è stata sottratta. L’unica scintilla d’amore ricambiato è quella per il figlio Luca, undicenne, che soffre per la separazione dei genitori. Sfrattato di casa, si sistema in una baracca del campo nomadi, chiede l’elemosina davanti alle chiese e ai parchi, beve grappini nei bar. La madre e la sorella tentano invano di convincerlo a tornare a casa e anche lo zio, un borghesuccio avido, maligno e ignorante che gli aveva trovato il posto in banca, viene respinto con parole dure. Il suo gesto più significativo è la visita al Verano sulla tomba del padre, un luogo dove si era rifiutato sempre di andare, per ribellarsi alle sue intromissioni, alle sue prepotenze gratuite: ora depone un fiorellino in segno di pietà. Non sveliamo il finale, anche se questo non è un giallo, ma una storia disperata che ben s’inquadra in una Roma sottoproletaria di barboni, drogati, mendicanti, nomadi che sembrano non avere più nulla da chiedere alla vita.

  16. G. Amoroso – Gazzetta del Sud

    (…) Arretra Paolo, voce narrante di NON C’è più TEMPO (Rizzoli, pp. 221, euro 13,00) di Andrea Carraro, di fronte alla maschera orrenda impressa sul viso del padre morto. Vaga per le strade tra passanti ignari che si scambiano parole inutili. Negli occhi ha l’ultima immagine del genitore ridotto dalla malattia a un esserino spaurito; intorno ha un vuoto orrendo e la sensazione avvolgente di una frana. Incalzante, fotografica, condotta da un ritmo filmico che non lascia spazi alle deviazioni e ai ristagni e gioca la sua carta sugli attriti delle visioni, la prosa mette d’accordo un effetto di scavo interiore, sofferto, straziante, con l’esposizione di innumerevoli piccoli atteggiamenti, gesti di abbandono allo smarrimento. Il racconto si puntella su una miriade di microsequenze che scandagliano con un’impressionante accelerazione, un viaggio verso l’abisso. Da un lato Paolo, sempre più invischiato nel suo buio; dall’altro la moglie Rosa, attraente, solare, con la sua chioma bionda che la segue come un’onda diafana. In piena crisi, sopraffatto da una quantità di immagini che si sovrappongono alla realtà, l’uomo riflette le proprie lacerazioni in un paesaggio mediocre, consueto, rigato dalle meccaniche figure di sempre. Disadorno, fissato esclusivamente sull’aguzza superficie dei fatti, il narrato accumula angoscia e scontento miscelando il tempo interno del narratore e quello, quasi vergato in punta di penna, che scende su tutto come una cappa grigiastra, incorporea. In questa atmosfera sfatta e vischiosa Paolo distrugge la propria vita: tradito dalla moglie, abbandona la famiglia e il lavoro, si infila in un’angoscia senza nome, si trasferisce in un piccolo appartamento di un palazzone anonimo e poi in una baracca come crocifissa in una degradata periferia. Ora un paesaggio più marcato e popolato di derelitti, costruito da Carraro su un abile puzzle d’ombre e foschi spiragli di storie strozzate, circonda il protagonista diviso tra insidiose memorie e un presente carico di sorprese. Arriva l’illusione di una tregua. La pagina si fa più chiara, il lessico meno aspro e puntuto. E v’è il largo del mare che non tradisce, lava tutto.

  17. L. Canali – il Giornale

    Quando ancora non c’erano sale di videogiochi e i giochi dei ragazzi erano ancora affidati alla loro fantasia e al movimento dei loro corpi, nei giardini pubblici era molto in voga la gara dei quattro cantoni, durante la quale cinque concorrenti ad un segnale convenuto dovevano occupare appunto quattro luoghi stabiliti lasciando fuori, sconfitto, quello di loro che s’era attardato nella corsa. Ora, questo gioco, a dire il vero un pò crudele, lo fanno gli editori con una quantità incredibile di libri inutili stampati per occupare le librerie, impedendo alla concorrenza di trovare posti liberi peri libri quasi tutti inutili anch’essi, nelle vetrine o almeno sui banchi di vendita dove per lo più si assiepano i lettori dilettanti in cerca di doni festivi o di libri, per se stessi desiderosi di ammazzare il tempo o di acculturarsi secondo gli ukase della pubblicità televisiva. NON C’è più TEMPO di Andrea Carraro (Rizzoli, pagg. 221, euro 13) no è di questi inutili libri di comodo editoriali: è un testo necessario, robusto, ma non spoglio, e non elegante, al contrario rude nella sua amarezza, normale nella sua tematica psicologica e antropologica, a volte violento (non si dimentichino, di Carraro, libri come IL BRANCO e LA LUCERTOLA), ma sotteso da una costante commozione, e da una pietà per se stesso o per i protagonisti delle vicende narrate. Carraro ha una sensibilità sempre spasmodicamente tesa, ma mai isterica, nutrita d’infelicità non deprimente, espressa con uno stile privo di bellurie, virtuosismi, corrivi sperimentalismi, ma rigoroso nella sua sintassi e nel suo lessico quotidiani, antiletterario, ma privo degli eccessi turpiloquenti, ora molto di moda, non solo nei romanzi ma persino nelle più rispettabili noiosissime reti televisive, ove cazzo, bastardo, vaffanculo, stronzo, che palle e simili la fanno da padroni come segno di maschie reazioni e di contenziosi a base di pistole sempre brandite con due mani, incendi, torture per estorcere segreti, e sempre prive di intelligenza. (Kojak, Colombo, e persino Derrick dove sono finiti mai?). E tuttavia, anche nel progressivo e doloroso fallimento umano di Paolo, il protagonista del romanzo, del suo matrimonio, del suo lavoro e dell’intera sua esistenza, Carraro rivela un timbro narrativo, ma anche umano e persino personale, d’una intensa virilità, mai tuttavia prepotente o arrogante, che lo ha condotto ad efficacia comunicativa rara, di sentimenti e di ragioni. Scrivo ragioni perché le ragioni degli altri, anche se distorte e, a volte, colpevoli, sono qui sempre rispettate anche se quasi mai condivise. La vicenda narrata è, più che triste, disperata, ma profondamente immersa nella normalità: una normalità che sta dando quasi quotidianamente la misura del suo orrore, di cui siamo tutti – compresi gli scrittori – in qualche modo responsabili, ivi compresa la tanto decantata famiglia. In quarta di copertina c’è una frase terribile: Tutto è già stato compiuto. Oggi è troppo tardi per ricominciare, per voltare pagina. Non c’è più tempo. Viene voglia di contestarla. Ma è possibile? Ci vorrebbero altri esempi, che invece mancano.

  18. F. Cosarti – Messaggero Veneto

    Non c’è più tempo. Non c’è più tempo per vivere per Paolo, non c’è più tempo per continuare a recitare la sua commedia sul palco. più facile lasciar perdere tutto e accontentarsi degli spiccioli delle elemosina, davanti al sagrato di una delle tante chiese di Roma. La scomparsa del padre, dopo una lunga e penosa sofferenza, il rapporto finito con la moglie, che lo tradisce con un collega, lo hanno fatto precipitare dentro una spirale depressiva che solo il grande amore per Luca, suo figlio, sembra poterlo salvare. Inutile sarà il tentativo dell’analista, Ie cui sedute non soddisfano Paolo, che presto sentirà il bisogno di lasciar perdere la cura, non vedendo risultati soddisfacenti. E Paolo lascerà anche il suo lavoro in banca, quel posto sicuro ma mai amato, con colleghi cinici e ficcanaso e sempre masticato con fatica dopo aver riposto le sue ambizioni letterarie. Pian piano tutta la vita cambia, perdendo man mano pezzi per strada: la casa, l’auto, il motorino… Fino a un punto di non ritorno, in cui la vita sembra sfuggirgli di mano, trascinata via da ossessioni maniacali. Ma il romanzo di Carraro non è dipinto solo con colori scuri e cupi: il forte senso di paternità regala pensieri e pagine dolcissime in compagnia del piccolo Luca, il cui ruolo sarà determinante per le scelte finali. Quella di Paolo è la storia di una discesa verso gli inferi moderni della solitudine e dell’incomprensione, in una capitale frenetica, che non si accorge, non si vuole accorgere dei suoi dannati. Neppure la comparsa della madre, giunta a supplicarlo di tornare a casa, servirà a fargli cambiare idea, ma ironicamente servirà il cazzotto di una sua ‘vittima’ per svegliarlo dall’incubo. Andrea Carraro (Roma, 1959), quello de IL BRANCO da cui Marco Risi ha tratto l’omonimo film e, tra gli altri, de LA LUCERTOLA (Rizzoli 2001), descrive una situazione familiare molto vicina alla realtà, turbando e commuovendo grazie al suo stile asciutto ed essenziale. Per i temi trattati, il romanzo di Carraro riconduce echi sveviani, facendoli rivivere drammaticamente in un contesto contemporaneo.

  19. G. Bonina – STILOS supplemento a La Sicilia

    La crisi coniugale, consumata stadio dopo stadio, vista non più dalla parte di lei, come per ultimo ha fatto Elena Ferrante nei ‘Giorni dell’abbandonò, ma osservando lo stato di sofferenza di lui: con in mano una cartella sanitaria dove segnare l’evoluzione quotidiana del male fino all’esito infausto intuito dall’inizio. NON C’È più TEMPO mette il lettore nell’impotenza dell’assistente di un malato terminale, lo stesso che – l’unico in famiglia: perché estraneo – conforta il padre di Paolo morente. Ma il dolore del marito abbandonato, riflesso su quello della moglie della Ferrante, risulta qui ancoro più tormentato e disperato: è lui che lascia la casa, passo dopo il quale lo vediamo coprire un itinerario calvaristico fino a un golgota sacrificale e redentivo. In una prospettiva cristologica Paolo si sfinisce senza pagare colpe, perché colpe non ha se non altrui più quella di non essere riuscito a sciogliere i grumi che il rapporto irrisolto con il padre gli ha calcinato nell’animo gettandolo in una depressione dei cui effetti risente pesantemente un matrimonio anch’esso colloidale; dove la moglie non soccorre il marito, né vuole farlo, mentre corre verso suffraganti e disappaganti derive adulterine. Cosa fa un uomo depresso messo di fronte al tradimento? Ne ottiene le prove seguendo la moglie e assistendo a un incontro amoroso; e continua poi a pedinarla in una Roma che gli divento estranea più egli si chiude in sé, pur percorrendola e guadagnando sempre maggiore dimestichezza. Quando la separazione è definitiva – e Paolo accetta di non pedinare più la moglie, accontentandosi delle eccitanti foto di lei in macchina con l’amante, ma non resistendo alla tentazione di pedinare in sostituzione persone estranee – Roma si fa più familiare fino a spingerlo nella sconosciuta periferia di Centocelle, dove trova dimora in una baracca a ridosso di un campo di zingari e indurlo a preferire l’addiaccio, quindi Roma ‘città aperta’, alla casa della madre che lo supplica, sul sagrato di una chiesa dove lo scopre a mendicare, a tornare a una vita di decoro. Ma Paolo vuole percorrerla tutta la strada dell’autodistruzione entro una realtà in cui mentre le persone diventano evanescenti (tutte quelle conosciute: dai familiari ai colleghi) il mondo delle cose assume invece consistenza: fino alla presa di contatto finale con un arenile dove tutto si compie, avuta coscienza che non c’è più tempo – e forse né forza – per ricominciare e tornare indietro. Il bagno nel mare dei ricordi e della dimenticanza ha però il significato di una immersione purificatrice, di un passaggio a una dimensione altra, quasi il battesimo di una nuova vita aperta a una speranza cristiana avuta in premio per una vita vissuta nello spasimo.

  20. E. Mirani – Giornale di Brescia

    Viaggio nel vuoto di una mente sconvolta dalla depressione, nell’anima di un uomo che ha smarrito i legami con gli affetti e ha reciso il filo con la normalità quotidiana. Un calarsi angosciante nella vita di un uomo mutato all’improvviso per gli occhi del mondo esterno, ma in realtà lentamente, come divorato da un tarlo. Corroso dalla frustrazione e dalla gelosia, dal rancore e dal bisogno di amare. Andrea Carraro, ancora una volta, ha scritto una storia cruda, terribile nella sua normalità, che fin dalle prime pagine colpisce come un pugno allo stomaco. Un anno fa il 43enne scrittore romano, sempre per la stessa collana ‘Sintonie’ di Rizzoli, aveva mandato in libreria ‘La lucertola’, quattro storie di ordinaria violenza quotidiana fra le pareti familiari, fra gli amici, sul posto di lavoro. Anche stavolta – lungo il filo minimalista – Carraro, con ‘Non c’è più tempo’, affonda il bisturi nelle piaghe di una vita apparentemente banale. Paolo è quarantenne lacerato fra il noioso lavoro in banca e l’incompiuta ambizione letteraria; marito geloso di una bella donna tecnico di laboratorio in una clinica, con la quale le cose non vanno bene; padre di un bambino che ama teneramente. La depressione è già avanzata, ma esplode allorché muore il padre con il quale aveva un rapporto contrastato di amore e odio. Il vuoto diventa baratro, abisso. Paolo – in una sorta di ansioso autoannullamento – comincia a seguire la moglie di nascosto, scoprendo la sua relazione con un collega: a questo punto la rottura con la vita di prima si compie. Paolo lascia la famiglia, va a vivere in un monolocale, perde il lavoro, fino all’autoesclusione dalla società e l’isolamento in una baracca nella periferia romana. Spia le coppiette appartate in auto nei boschetti, non per voyeurismo ma per rubare il sapore di un’intimità perduta. Le frasi di Carraro sono brevi, spezzate; il linguaggio scarno, essenziale, ridotto all’osso, portando in superficie la disperazione dei protagonisti del romanzo. Commozione e angoscia si mescolano nel lettore, pagina dopo pagina. Una partecipazione sofferente, trepidante. Solo il finale della storia lascia balenare un lampo di speranza, l’illusione che forse un compromesso fra Paolo e gli altri, fra lui e la vita è possibile. Una risalita faticosa, magari temporanea. Innanzitutto ricomponendo la prima frattura: quella con l’immagine ed il ricordo del padre. Una storia che muove le nostre inquietudini, al di là dei caratteri romanzati straordinariamente normale nella sua singolarità.

  21. A. Debenedetti – Corriere della Sera

    Non c’è più tempo è un romanzo coraggioso e onesto come pochi altri negli ultimi anni. Racconta, sullo sfondo di una Roma sempre più simile a un congestionato garage a cielo aperto, i casi di un bancario stanco di vivere, di lavorare, di starsene nella sua pelle. L’autore di questo racconto cupo ma avvincente, il poco più che quarantenne Andrea Carraro, ha una sola, laica ambizione: dire tutta la verità, o almeno quella che lui ritiene sia la verità, sul male di esistere. Il protagonista, Paolo, si racconta nelle prime pagine come vittima di un destino ingeneroso se non crudele. Gli è toccato un padre dispotico e mediocre. Dopo un’adolescenza grigia, invece di fare lo scrittore come gli sarebbe piaciuto, si è dovuto adattare alle frustrazioni del travet senza futuro. La sua vita affettiva di adulto intristisce fino all’esasperazione nel matrimonio con una biondina piacente ma infedele. C’è anche un figlio, un bambino oggetto di un amore egoistico e febbrile. Come non bastasse, Paolo soffre di vari e invalidanti disturbi psicosomatici. L’analista, che lo ha in cura, sbadiglia pigro e gli prescrive antidepressivi. è l’inferno ma senza fiamme, senza dignità di tragedia descritto da Carraro con un linguaggio, come ebbe a notare Filippo La Porta, ‘preciso e spaesante, cronachistico e visionario’. Il racconto avrebbe potuto concludersi qui. Carraro ha invece una trovata da narratore spietato e intelligente: ci fa vedere come Paolo sia complice del proprio disastro. Vediamo così questo instancabile nemico di se stesso mentre segue la sposa, con cui non ha rapporti carnali da tre anni, nella segreta, masochistica speranza di scoprirla in flagrante adulterio. Quando questo avviene, la fotografa fra le braccia dell’amante e poi su quelle immagini si masturba. Comincia così un’orgia autodistruttiva, che vedrà l’impiegatuccio delle prime pagine perdersi nella Roma sottoproletaria dei mendicanti, dei barboni, dei nomadi. Ci sono, a riguardo, pagine da antologia nel loro saper cogliere l’irragionevolezza, l’imprevedibilità che accompagna la miseria estrema. E il disagio di una certa Roma già pasoliniana mostra d’aver trovato in Carraro un interprete insostituibile.

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