Caro Andrea, ho finito Sacrificio e l’ho trovato veramente un bel libro, direi il tuo più bello, in questo sono d’accordo con Nicola Fano. E condivido anche molte delle cose che Nicola ha scritto nel suo articolo, anche se secondo me nel tuo libro c’è anche dell’altro. Per esempio il ritmo. Pare a me che questo libro sia composto come una partitura musicale – quella musica tanto evocata nel romanzo, da Lou Reed a Bach, le tue colonne sonore direi esistenziali – che in tutta la prima e più ampia parte del racconto è armonica, ‘ben temperata’, molto fluida nel ritmo narrativo, e che si fa invece strappata, lacerata, allucinata nella sostanza e sincopata nella forma, nei brevi, interrotti e discontinui (per temi e per luoghi) sprazzi narrativi della parte finale, che accompagnano la dannazione di Giorgio. In mezzo, quasi a fare da spartiacque tra queste due fasi del libro, così strutturalmente diverse tra loro, la serata al Baja, che fa un po’ da chiave nella volta che prende il romanzo. E che tutta la prima parte sia così equilibrata, narrativamente armonica, è consono a tante cose: alla preminenza del ruolo di padre incarnato da Giorgio; al ristoro che la paternità, nella sua dimensione affettiva e morale, offre al cinismo e al nichilismo contro cui altrimenti non c’è difesa; alla maturità che in questa fase Giorgio incarna – come padre, come professionista, come uomo che conosce la vita – e la tua prosa esprime: sono pagine scritte con grande equilibrio narrativo e compositivo, che toccano tanti tasti. Ma è profondo, e per me molto bello, il rovesciamento con cui proprio l’amore paterno si fa veicolo di dannazione e fa affiorare il lato apparentemente rimosso di Giorgio, lo riconduce nei suoi luoghi oscuri, dove la maturità e l’equilibrio non hanno senso, e prevale la bellezza pura, adolescenziale, di una realtà non moralmente domata, che parla con voce più stridula a volte, meno calibrata, ma tanto più coinvolgente e più forte. E tanto più pericolosa. L’ambiguità intermittente di questa situazione è una delle bellezze del libro. E il rapporto col diavolo – quello che intrattiene Giorgio a me più che Faust ha fatto venire in mente Ivan Karamazov – un possibile patto con lui, appartiene a questa dimensione morale. La salvezza di Carolina non ne è che una scusa superficiale. È la bellezza di Lucifero che cattura Giorgio, e per la quale, alla fine, il suo sacrificio ha senso.

 

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