Dialogo con Andrea Carraro

Per quelli della mia (ma anche della sua) età, Andrea Carraro resta un enigma. Non una incompiuta, un enigma. Nel senso che è difficile spiegare perché a un certo punto se ne siano perse le tracce, smarrite le orme. Eppure lui non ha mai smesso di scrivere, al contrario ha maturato una consapevolezza e una padronanza “del mezzo” davvero considerevoli, ma nonostante a detta di Enzo Siciliano (che l’ha tenuto a battesimo in alcune collane che allora dirigeva) rappresentasse il meglio della narrativa italiana dei primi anni Novanta, Andrea Carraro a un certo punto della sua carriera ha cominciato a diventare trasparente per l’editoria – diciamo così – di sistema. Successe qualcosa, qualcosa che immaginiamo abbia a che fare con la sua idea di scrittura, qualcosa che però ha finito per danneggiare solo la scia luminosa del suo talento. Abbiamo chiesto a lui stesso di raccontarla, attraverso una lunga intervista che prende spunto dall’uscita della nuova edizione de Il sorcio (Elliot) ma punta dritto al cuore della sua vicenda personale e artistica. Il rapporto tra editoria italiana e libertà, quanta ce n’è (per davvero) e quanta omertà (invece) circola in uno degli ambienti che – paradossalmente – dovrebbe essere tra i più anarchici tra tutti. E poi gli abbiamo chiesto come fu andarsene da sé stessi, cioè dimettersi dal posto di lavoro che – soprattutto per gli scrittori – rappresenta una specie di dogana, oltrepassata la quale non si torna più indietro. Si diventa altro, in alcuni casi, come Andrea, anche migliori di prima.

Venticinque anni dopo il grande successo de Il branco lo può dire. È pentito di quel successo? Avrebbe preferito che fosse arrivato in altro modo? Potesse tornare indietro, rifarebbe tutto? Le ha fatto male, essere paragonato ai più grandi autori italiani del Novecento quando aveva solo 35 anni?

«La ringrazio, ma penso che lei esageri. Non tutta la critica mi appoggiò, anzi. Grandi, importanti critici letterari non mi hanno mai considerato, né per “Il branco” né per altro che abbia pubblicato in seguito. Soprattutto della generazione dei più vecchi. Però ho anche della critica che mi sostiene. Non era per fare la lagna, ma solo per dire che, appunto, la critica su di me è sempre stata divisa. No, io non rifarei quasi niente nella mia vita di quello che ho fatto, tanto più nella sfera editoriale-giornalistica, credo di aver sbagliato tanto, per presunzione, per inesperienza, per una naturale propensione che ho a remare contro me stesso e a non contare fino a dieci prima di parlare e di scrivere. Oggi sarei più cauto nei giudizi sui colleghi, eviterei la critica sui giornali, le polemiche inutili, per le quali non sono portato oltretutto (non sono un polemista, né un critico, anche se magari ogni tanto ci azzeccavo nelle mie idiosincrasie e nelle mie stroncature! Vedi “Botte agli amici”); penserei solo alla scrittura narrativa. Quel successo de “Il branco” mi aiutò molto, come negarlo, poco economicamente, socialmente, ma tanto come immagine, come popolarità mediatica, per l’uscita integrale su “Nuovi Argomenti”, per il film, per il Festival di Venezia, per le polemiche che scatenò, per le stroncature, per tutto, un successo che io poi non seppi capitalizzare, ma questo è un altro discorso. Il libro “Il branco” invece lo riscriverei, paro paro, come l’ho scritto 25 anni fa! Non lo sento invecchiato. Anzi, forse invecchiando, come i vini, è diventato più pregiato. La genesi di quel libro e l’uscita a Venezia del film li racconto nel nuovo “Il sorcio”, nelle parti che ho integrato».

La più bella recensione di quel romanzo gliela scrisse un altro ex bancario come lei, il grande Giampaolo Rugarli sul “Corriere della sera”. Se ricorda parlò “scrittura da strada, molto più che pasoliniana perché priva di ideologie”. Posto che quegli scrittori e quella critica non esistono semplicemente più, come giudica il fatto che la narrativa italiana – oggi come allora – riesca a trovare solo fuori da sé stessa un po’ di analisi autentica, se vogliamo un po’ di verità?

«È vero è una recensione bellissima, quella di Rugarli sul “Corriere”, e arrivò del tutto inaspettata. Uno scrittore raffinato e un intellettuale scomodo scomparso da qualche anno, Rugarli, lo ricordo con affetto. Ma molto bella fu anche quella di un altro scrittore importante, attento al mondo del lavoro, morto prematuramente, Sandro Onofri, che uscì sull’”Unità”, e di Filippo La Porta sul “Manifesto”… Ricordo queste ma ce ne furono tante altre, uscirono spesso insieme alle recensioni al film di Marco Risi. Credo che sia importante per uno scrittore fare un’esperienza vera nel mondo del lavoro, forse la mia è durata troppo a lungo, ma mi ha dato spunto e occasione per scrivere, fra gli altri, “Il sorcio” e altri libri a cui tengo».

Il branco è stato l’unico romanzo, insieme a Le parrocchie di Regalpetra di Leonardo Sciascia, a essere ospitato per intero su “Nuovi Argomenti”. Non si vive di ricordi anche se ogni tanto abusarne male non farebbe, ma come convive con questa condizione di unicità? Non le viene voglia, ogni tanto, di esibirla di fronte a questi narratori sfrontati, sgrammaticati e illogici che gli editori cullano come talenti uccidendo il passato che loro stessi hanno contribuito a scrivere?

«No, non è nel mio stile. E non mi interessa entrare in questo genere di polemica, come già le anticipavo. Non ho questa visione così catastrofista. Oggi mi occupo soltanto della mia scrittura, oppure scrivo una rubrica settimanale di “Sconsigli di scrittura letteraria” (un manualetto semiserio, presto ne uscirà un libro con Galaad). Intendiamoci, non è che vada tutto bene nella cultura italiana, e non è che io abbia gli occhi foderati di prosciutto, che non veda i gruppi di potere, le marchette sui giornali e in tivù, i romanzi inutili di giornalisti, politici e divi televisivi, e che abbia rinunciato al dissenso, alla critica, solo la esercito in un altro modo, con la satira su fb, soprattutto, cercando di non prendermi troppo sul serio, cazzeggiando, maramaldeggiando. Credo che mi sia più congeniale. Faccio incazzare tanta gente anche così, peraltro».

Coraggioso il suo percorso editoriale, dai più grandi editori italiani alle piccole sigle indipendenti. Fino ad Elliot, dove pare abbia trovato vera ospitalità. Perché? Ha un brutto carattere (professionalmente parlando)? O più semplicemente per lei, così come per centinaia di altri veri autori contemporanei, non c’è più posto in questa editoria isterica, anzi istrionica, senza capo né coda?

«Credo di averle già risposto. Sì, ho un brutto carattere. Ma non solo. Tendo a remare contro me stesso, a dire troppo la verità, a offendermi, non mi so vendere, non ho mai saputo capitalizzare il mio successo, il mio talento, ho stroncato troppi intoccabili, con le mie stroncature sull’Unità mi sono inimicato mezza società letteraria!».

È da poco uscito, per Elliot appunto, la nuova edizione di un romanzo brutale ma bellissimo come “Il sorcio”. Un romanzo che, quando uscì per Gaffi nel 2007, coincise con le sue dimissioni dalla banca. Fu un caso, oppure quel romanzo rappresentò uno stimolo a liberarsi di qualcosa?

«Grazie intanto per gli elogi. Quel romanzo rese il mio autolicenziamento dalla banca inevitabile. “Se resto in banca o mi uccidono i colleghi o mi uccido io”, così confessa espressamente Nicolò all’analista durante una seduta di analisi. Credo che non serva aggiungere altro».

La storia de “Il sorcio” sembra correre parallelamente alla sua, quella del protagonista Niccolò Consorti sovrapporsi a quella di Andrea Carraro. In realtà analizza come si ci possa costringere per tanti anni in ambienti che a un certo punto il corpo rigetta, come un organo estraneo. L’unico elemento capace di individuare questa rottura è la violenza, oppure esiste un percorso di consapevolezza – come il suo, ad esempio – che permette a un individuo di stabilire ciò di cui deve liberarsi?

«L’esperienza di Nicolò coincide solo parzialmente con la mia, io ho praticato in questo libro e in altri una sorta di autobiografia ritoccata. Ma “Il sorcio” esisteva davvero e faceva quelle cose che racconto. Comunque è proprio come dice lei, sa, a un certo punto il corpo rigetta, Nicolò usa la scrittura per riscattarsi, non denuncia il sorcio per mobbing, come avrebbe potuto, guadagnandoci su anche del denaro, ma lo rappresenta impietosamente nel romanzo, gli dedica un intero romanzo, lo consegna a un ludibrio ancora più radicale e profondo. È questa la sua vendetta. Ed è anche la sua autoterapia. In questa nuova versione sono venute fuori anche altre cose del protagonista che nella prima edizione avevo omesso, la rivalità letteraria con il padre, lo scontro con lui, quel suo annaspare fra le meschinità familiari».

La sua scrittura è così caustica, corrosiva appunto. Una scrittura per sottrazione, dettata da un equilibrio interiore più che dall’esperienza. Lei sembra muoversi in questa modalità con grande scaltrezza, molte volte asciugando il testo così tanto che il lettore ci deve mettere del suo, deve soccorrere l’autore per completare un’ambientazione, un dialogo, una circostanza. Ci si ritrova?

«Sì, nel complesso sì, lavoro molto per sottrazione, per tagli, nei dialoghi anche. Questo libro è molto dialogico, essendo scandito dai dialoghi con l’analista nelle sedute di analisi, ma anche per una naturale propensione del testo a cercare il parlato, per gli inserti reportagistici che in questo libro abbondano… “Il sorcio” libro mescola varie forme narrative, la forma reportage, il romanzo di formazione, il romanzo nel romanzo, il romanzo psicanalitico».

Eppure nei social media, di cui fa un uso altrettanto cinico e disincantato, si muove come un fustigatore, uno che ha smesso di preoccuparsi di ciò che pensano di lui. Insomma, uno a cui non gliene frega più niente di nessuno. È davvero così, è stanco di tutta la mediocrità con cui viene a contatto, oppure si è cucito addosso una missione?

«No, cinico non direi, è una parola in cui non mi riconosco. Allora, due parole su fb bisogna spenderle. Per chiarire e per chiarirmi. Diciamo che quello di fb è un linguaggio diverso da quello dei libri, e da quello dei giornali; è un linguaggio spurio, che bisogna conoscere per sfruttarlo al meglio; per ciò che riguarda me, mi permette un’ulteriore maschera nella quale nascondermi, un nuovo io da esplorare, mi permette a volte di dire la verità – quella che a me sembra tale – attraverso l’ironia e il sarcasmo e il paradosso, soprattutto in forma di brevi dialoghetti comici, epigrammi, calembour, un’inclinazione alla satira che poi è molto presente nella mia natura. Però non sono rissoso su fb, non mi metto a litigare con questo e quello, evito le polemiche e cerco di moderare la volgarità, anche se a volte è necessaria, è connaturata nel messaggio satirico. Sono molto vulnerabile, sa, molto molto più di quanto non appaia! Quando qualcuno mi attacca, mi ritiro in me stesso per un po’, elimino l’account, mi lecco le ferite, stacco i fili, mi disintossico, ma poi ci ritorno sempre. Non so perché. Anzi lo so perché, perché fb nella mia vita è diventata presto un’abitudine, una ennesima dipendenza».

La sua sulle scuole di scrittura? Su queste palestre di scrittori, poeti, narratori e saggisti a tutti i costi, come se non si potesse fare altro nella vita. Possibile che la disperazione (anche di chi vi insegna) debba diventare un mestiere?

«Non condivido la sua opinione indiscriminatamente negativa sulle scuole di scrittura. Bisogna vedere caso per caso. Io ci lavoro – in una scuola di scrittura, come le dicevo, la Genius di Paolo Restuccia e altri amici – e mi ci trovo molto bene, e ho/abbiamo anche l’ambizione di fare qualcosa di utile, di trasmettere qualche segreto (quelli che si apprendono lavorando sul campo: nella letteratura, nella critica, nel giornalismo…), le tecniche della scrittura narrativa e reportagistica senza superbia e con molto rispetto delle individualità, cioè senza imporre la propria idea, il proprio stile, i propri modelli letterari. Ma certo proponendo agli allievi anche la propria esperienza, la propria artigianale sapienza. Insomma, il talento non si inventa, ma lo si può scoprire, rivelare, orientare maieuticamente, si può aiutare lo scrittore a scoprire la propria voce, a leggere le cose giuste per risparmiare tempo, a evitare le false partenze. Io ho “scoperto” diversi neoscrittori durante i miei corsi anche fuori dalla scuola, e continuo a scoprirne, o a vederne scoprire dai miei amici-colleghi, di tutte le età, anche anziani alcuni: per esempio c’è una signora cieca di 70 anni che sta scrivendo il suo primo, bellissimo, romanzo di formazione e che presto verrà pubblicato da qualcuno certamente. Poi certo ci sono in giro tanti ciarlatani che si inventano una professionalità che non hanno, ma questo è un altro discorso che non mi riguarda e non riguarda la Genius. Io ho fatto anche per due anni il direttore editoriale di Gaffi, fra l’altro, voglio ricordarlo, e anche lì ho fatto delle scoperte e ho intercettato scrittori validi che poi hanno trovato la propria strada. Ci tengo molto a questa mia tarda vocazione da talent-scout! È anche così che combatto la mia battaglia culturale, scoprendo talenti veri fuori-target, irregolari, antagonisti, spesso scomodi, ma necessari».

Tornando a Il sorcio, Carraro tiene a spiegare come mai – dopo tanto tempo – abbia sentito il bisogno di tornarci su, di rimettere le mani su un’opera che sembrava già compiuta e completa nella sua prima edizione (uscita nel 2007 per Gaffi). Ecco fatto, a noi sembrava compiuta e completa. L’autore invece confessa a Pangea che «sul “Il sorcio” vorrei dire un’ultima cosa. Vorrei spiegare il motivo per cui l’ho riscritto, perché ho voluto tornarci a distanza di 13 anni dalla prima pubblicazione: perché il finale andava ampliato, potenziato, perché troppe cose restavano fuori della vita di Nicolò, ulteriori aspetti della sua natura di uomo del sottosuolo, di inetto, che trova un parziale illusorio riscatto nella letteratura; infine perché ho trovato un editore, Elliot, e il suo editor Loretta Santini, disposti a scommetterci su questo libro: pur trattandosi di un libro che ha già avuto una sua storia. Naturalmente sono grato a Loretta, come sono grato all’amico Alberto Gaffi, il primo editore che ci ha creduto».

Infine mi dica la sua su Roma, svenduta anche al cinema, in televisione e nei romanzi. È davvero così malata, o conviene a tutti che resti attaccata al respiratore artificiale?

«Roma è la mia città, la città dove sono nato e ho sempre vissuto, dove ho ambientato tutti i miei libri… scrissi anche un libretto, come forse sa, di reportage narrativi dei quartieri romani “Da Roma a Roma” (un viaggio per le periferie della Capitale, dell’hinterland…): insomma Roma è una città che ho girato in lungo e in largo, che amo e odio per certi aspetti, l’ho vista trasformarsi negli anni, sa, nei decenni, ho assistito al passaggio delle borgate a periferie più o meno integrate, anche se lo sappiamo con mille problemi, con mille ritardi, ma non è questa la sede per approfondire… era solo per dire, che Roma mi appartiene, mi rappresenta – anche perché io non ho girato molto nella mia vita, sono piuttosto stanziale di carattere. Provo banalmente amore-odio per la mia città, dicevo, mi irrita il carattere guascone di molti romani, il cinismo che ogni tanto affiora nei comportamenti nel linguaggio, non solo nei ceti popolari, ma mi affascina antropologicamente, culturalmente, e dunque lo sfrutto nelle mie storie, nei miei personaggi. Ci sarebbe tanto altro da dire sul mio rapporto con Roma, ma mi fermo qui. Che ne dice?»

Dico che autori come lei, teste come la sua, pensieri e parole come le sue andrebbero ascoltate con maggiore frequenza e con più coraggio, ecco che dico. Che raramente il rapporto tra uno scrittore e una città mi è parso così complice, così saturo ma anche così vuoto, desideroso di essere riempito di altre cose. Andrea Carraro rimane un mistero anche dopo questa intervista, ma mi consola il fatto di aver reso giustizia – per quanto possa fare una rivista – a uno scrittore salito sulle montagne russe, sceso a mille all’ora dalla curva più alta e risalito sulle colline dell’orrore. Uno scrittore che è riuscito a dimettersi dal suo posto di lavoro, ma che – come tutti gli scrittori veri – non trova pace con sé stesso.

*In foto: particolare da Gustave Moreau, Le Loup Et L’Agneau, 1889

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