Andrea Carraro: il male più terribile è sempre quello che non vedi

Un autore che non ha mai rincorso le mode e ha continuato saldamente la sua ricerca personale nella narrazione per quasi trenta anni, questo è Andrea Carraro. Un autore capace di raccontare la brutalità della violenza degli uomini sulle donne, ma anche la ferocia di certi rapporti lavorativi, dove i colleghi diventano carnefici. Un autore capace anche di vera poesia, espressa in versi intimi e sinceri anzi, come dice lui stesso, privati, che emozionano (Questioni private, Marco Saya editore 2013). Un autore che negli anni ha anche scritto molti racconti, direi che ha prescelto la forma del racconto per illuminare certe zone minime dell’esistenza che sono sotto gli occhi di tutti e che spesso passano inosservate. Sono convinto da quando lo conosco che Carraro sia un grande autore italiano e che solo certa sua ritrosia e il rigore della sua produzione l’abbiano tenuto un po’ all’oscuro nei confronti di scrittori più estroversi e spettacolari, non tanto nella scrittura quanto nell’espressione della loro personalità. Ora affida alle stampe un volume dal titolo ‘Tutti i racconti’ (Melville 2016, collana ‘Gli impossibili’) che contiene storie scritte durante tutta la sua lunga esperienza di autore e che si sono accumulati in molte sedi diverse (antologie, antologie collettive, riviste, siti web) mentre Andrea componeva i romanzi ‘A denti stretti’ (Gremese 1990), ‘Il branco’ (Theoria 1994), ‘L’erba cattiva’ (Giunti 1996), ‘La ragione del più forte’ (Feltrinelli 1999), ‘Non c’è più tempo’ (Rizzoli 2001), ‘Il sorcio’ (Gaffi 2007), ‘Come fratelli’ (Barbera 2013), oltre a reportage narrativi e saggi critici. Uno dei suoi saggi ha un titolo che ne rivela tutta la forza e la spudoratezza creativa: ‘Botte agli amici’ (Gaffi 2005), l’esatto opposto dello stile amichevole di tante recensioni contemporanee, che tra noi chiamiamo ‘marchette’.

– Visto che noi di Omero, oltre a essere legati ad Andrea da una antica amicizia e ad aver seguito le sue narrazioni da tanti anni, siamo degli appassionati lettori di racconti, non potevamo non chiedergli di rispondere ad alcune domande, che non restituiscono certo la complessità e la profondità della sua ispirazione, ma che possono essere una sorta di mappa per chi volesse leggere questo bel libro, che passa con disinvoltura dal realismo al fantastico, lasciando a ogni racconto qualcosa al lettore. In fondo, visto che ogni laboratorio di scrittura creativa e’ anche un laboratorio di lettura, alcuni libri possono diventare un laboratorio essi stessi. Questo e’ uno di quei libri.

– Tutti i racconti è un titolo impegnativo per un autore che pubblica da tanti anni. Hai raccolto in questo volume tutte le storie brevi che hai scritto oppure hai selezionato le migliori? E nel caso di questa seconda ipotesi, il titolo è volutamente ‘falso’?

– Perché impegnativo? Comunque solo i migliori, quelli che mi convincevano ancora oggi, dopo un vaglio severo durato alcuni mesi. Alcuni li ho modificati un po’ nella lingua. Altri li ho cassati perché a distanza di anni non mi piacevano più. Gli ultimi tre o quattro erano ancora inediti in volume.

– Nei racconti non descrivi gli strumenti tecnologici che ormai ci invadono, giusto qualche telefonino, quando sono ambientati?

– Sono ambientati per la maggior parte negli anni ’90. Dunque in un tempo anteriore, sia pure di poco, alla esplosione di Internet e Social. Però ce ne sono anche di più recenti dove puoi trovare anche i bastoni-selfie! In generale non amo inzeppare i miei racconti-romanzi di oggetti sovraesposti nell’immaginario dell’epoca che intendo rappresentare.

– Nella bella postfazione di Fabrizio Ottaviani che chiude la raccolta, si dice dei tuoi personaggi: Sono, dunque, dei balordi: ecco il ‘tipo’ umano che da sempre Carraro descrive e che forse è la versione estrema e radicale dell’italiano ‘normale’. Riconosci i tuoi ‘eroi’ in questa descrizione?

– Sì, certo. Totalmente. I miei personaggi, piccolo borghesi o proletari o sottoproletari, sono permeati di ‘normalità’, che lo vogliano o meno, sia per adesione sia per antitesi. Una normalità che deraglia, ecco cosa cerco di raccontare quasi sempre, sfociando spesso in un ‘teatro della crudeltà’ come ha ben detto Ottaviani. Mi piace pensare che i miei eroi siano i figli o i nipoti del protagonista de Il borghese piccolo piccolo di Cerami, che per me e’ uno dei romanzi italiani più importanti e onesti nel raccontare quegli anni. Bello anche il film che ne è stato tratto, di Monicelli, che ho appena rivisto.

– ‘Già, l’ho ammazzato! Ho ammazzato a mio fratello!’ dice lui con semplicità, e si affaccia alla ringhiera. Questa e’ una battuta tratta dal racconto Il balcone. Nelle tue narrazioni talvolta la violenza è trattenuta, ma spesso esplode. Mai pero’, mi pare, diventa un intrattenimento alla Tarantino (tanto per fare un esempio). Moravia diceva che la violenza l’annoiava, e tu, che sentimento provi nel raccontarla?

– La violenza, in generale il Male, mi affascinano più a livello etico che estetico, per così dire. E anzi aggiungo: il Male più terribile è sempre quello che ‘non vedi’, che lasci all’immaginazione del lettore. Beninteso, non sto dicendo che violenza e scabrosità vanno eliminate-censurate per qualche scrupolo morale o moralistico, piuttosto per caricarle di ambiguità e di profondità. Il Male raccontato da Conrad nel magistrale romanzo breve-racconto lungo Cuore di tenebra e’ terrificante proprio perché non lo vedi praticamente mai. O quasi mai. Perché appare insondabile e quasi ultramondano.

– Comunque la cattiveria, la malvagità, il sadismo anche, fanno parte della natura umana, quindi occorre farci i conti. Pero’ non mi piace la spettacolarizzazione della violenza. Per una questione etica ma anche, e forse soprattutto, estetica. Odio gli schizzi di sangue!

– Uno dei racconti ha un inizio del tutto fantastico, i bambini restano soli al mondo perché tutti gli adulti sono stati portati via perché ‘cattivi’. Che rapporto hai, come autore, con il genere fantastico?

– Mi interessa molto il ‘fantastico’ se non si allontana troppo dall’esperienza del reale. La metamorfosi, per esempio: storia fantastica, Gregor che diventa insetto, ma Kafka è ossessivamente preciso (realistico) nei dettagli entomologici con cui si descrive lo scarafaggio. In questi miei racconti c’è del fantastico, comunque, non solo nel racconto cui accennavi, ma anche in altri, sia pure in modo meno esplicito: Sono ovunque guardi e La carrozzina per esempio, dove succedono cose strane (personaggi che appaiono e scompaiono e a tratti sembrano avere poteri soprannaturali, incubi che prendono misteriosamente corpo…). Mi interessa il ‘fantastico’ quando scaturisce almeno in parte dall’onirico (vedi La carrozzina, racconto forse ‘kinghiano’ abitato dal ‘fantastico’). King per me, dico qui per inciso, è scrittore grandissimo di racconti che si muovono in un terreno spesso intermedio fra il fantastico e il reale, fra razionale e irrazionale. Basterebbe tutta la sua produzione di racconti per fargli meritare il Nobel!

– Mi interessa il fantastico quando scaturisce dal quotidiano, estremizzandolo e stilizzandolo simbolicamente: come ne Il balcone e L’altalena, dove la verosimiglianza sfuma sempre più, nel corso della narrazione, verso l’incubo, l’orrore, il Male Assoluto: per come avviene il ‘contagio’ (un po’ come nel Branco) – e non è un caso che cronologicamente Il balcone e Il branco siano stati scritti nello stesso periodo).

– Ancora i bambini (che tornano spesso, come nello struggente personaggio di Margherita). Nel racconto Sono ovunque guardi, c’è questa battuta: Lasciateli stare i bambini! – comincia a gridare Mimmo verso il pulpito, fuori di sé, tirandosi fuori rumorosamente dalla panca. – lasciateli stare! Lasciate stare i bambini, loro non c’entrano, i bambini non c’entrano! Questo vuol dire che esiste una zona di purezza infantile nel tuo sguardo? Ti commuovono i più piccoli?

– Fare del male a un bambino, torturare un bambino, uccidere un bambino, ecco per me il Male Assoluto. Sulla scorta, anche, di Dostoevsky: Vedi le pagine magnifiche di filosofia della religione dei Fratelli Karamazov, nel capitolo Il grande inquisitore.

– Passiamo agli adulti, ai maschi. Ecco una battuta dal racconto Dopocena: Vedere l’amico arrapato per Clara lo eccita, gliela fa sentire più desiderabile. Che rapporti ci sono tra questi amici?

– Beh, spero che si capisca da racconto, perché in caso contrario il racconto è fallito. Comunque rapporti complessi: di emulazione, di solidarietà, complicità maschile da branco. Infatti io credo che la differenza di classe, negli stupri di gruppo, non cambi sostanzialmente le cose.

– E le donne? Sono vittime predestinate, strumento di comunicazione in un mondo di maschi?

– Non solo. Sono anche coloro che muovono i fili della vicenda tragica, vedi il racconto dell’incidente che ho chiamato Ti fidi di me?. Ma vedi anche il personaggio della vecchia madre nel Balcone. Ma vedi anche la donna borghese della Lucertola.

– Quanto c’è di autobiografico nelle tue storie?

– Nei racconti molto meno che nei romanzi. A parte forse L’inaugurazione, che racconta piuttosto fedelmente qualcosa che ho vissuto in un periodo della mia vita. Che a suo modo e’ una storia iniziatica, da linea d’ombra.

– I nostri lettori, che sono in gran parte allievi della Scuola Omero, secondo me vorranno sapere come fai a capire quando quello che scrivi diventerà un romanzo o quando invece sarà un racconto. C’è un modo per intuirlo prima di scrivere, oppure devi giungere a un certo punto della narrazione per essere sicuro della forma che prenderà il testo?

– Con molta approssimazione direi così. Le mie cose partono sempre da ossessioni personali. Se sono ossessione grosse, durature, per dire cos’, diventano romanzi. Anche la banalissima questione lunghezza conta molto. Faccio un esempio. Il branco all’inizio era un racconto di una trentina di cartelle. Lo ho raccontato in versi nel poemetto Back-office uscito su succede oggi. Poi ho capito che quella storia non poteva finire lì, che la nottata balorda doveva continuare fino all’alba, per potersi caricare di tutto quello che volevo dire su quell’argomento, una delle ragazze doveva morire, anche se nell’episodio reale che io avevo scelto a modello questo non era successo…

– Una delle questioni editoriali più dolorose per noi lettori di racconti è la difficolta’ di trovarne pubblicati. Secondo te gli editori sono pigri o davvero i lettori preferiscono leggere solo romanzi?

– Chissà. Carver scrisse solo racconti, e anche la Munro. E anche, molto prima di loro, Cechov e ancora qualche secolo prima, Boccaccio. Il racconto per me ha la stessa dignità del romanzo e una tradizione altrettanto importante. In Italia, poi, ancora di più che in altri paesi. Noi siamo molto più scrittori di racconti, novelle che romanzieri. Per molte ragioni che mi limito a enumerare: il nostro essere cattolici e non protestanti (meno portati all’analisi interiore, all’esame di coscienza), il nostro avere una lingua nazionale giovane, il nostro tradizionale gusto per il bozzetto e il melodramma, la nostra attitudine al teatro comico, la nostra refrattarietà all’isolamento che la stesura di un romanzo comporta, forse anche il nostro poco senso di responsabilità civile, il nostro poco senso dello Stato ecc.

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